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“Arrivi quotidiani di 50 migranti, flusso non si ferma con proclami”

 

Per il presidente di “A Buon diritto”, Luigi Manconi, l’obiettivo è “sgomberare il Mediterraneo da presidi umanitari”. Open Arms: “Vogliono farci sparire”. Sea Watch: “Non ci sarà più nessuno a fare soccorso”. C’è incertezza sulle persone che dovrebbero arrivare in Italia dalla Sea Watch e dalla Sea Eye. Si valuta ricorso Cedu

 

ROMA – “Nel corso dei primi 7 mesi del nuovo esecutivo, in cui è stata annunciata la cosiddetta chiusura porti, il flusso di migranti nel nostro paese è continuato ininterrottamente. La media è di 45-50 persone al giorno, che sbarcano sulle nostre coste con mezzi di fortuna, diversi da quelli finora utilizzati: barchini, natanti di dimensioni ridotte, barche a vela. Queste persone raggiungono non solo la Sicilia, ma anche la Sardegna, la Calabria e la Puglia. E’ l’ennesima conferma del fatto che, nonostanti i proclami, il flusso migratorio per le sue stesse ragioni profonde, non è un fenomeno controllabile con le motovedette donate ai libici o con la cosiddetta chiusura porti”. Lo sottolinea il presidente di A Buon Diritto Luigi Manconi intervenendo oggi a Roma alla conferenza stampa organizzata insieme a Open Arms, Sea Watch e Chiese evangeliche sul futuro del salvataggio in mare. Manconi spiega che il dato dei flussi (in media 45 persone al giorno) non è solo confermato dall’Ispi (Isituto studi politici internazionali), ma anche da fonti governative. “In prospettiva il Mediterraneo risulterà sgomberato di ogni presidio di soccorso, questo fatto ha una evidenza brutale molto più efficace di qualsiasi annuncio – aggiunge l’ex senatore -. Otto giorni fa 51 curdi sono stati sottratti a morte certa dagli abitanti di un paesino della Calabria, guidati dal sindaco. Sono situazioni che si ripetono e che a volto finiscono tragicamente senza che se ne abbia notizia. Il fine di tutto – conclude – è sgomberare il mar Mediterraneo da tutti i presidi umanitari di soccorso”.

Ieri Open Arms ha reso nota la decisione del governo spagnolo di bloccare al porto di Barcellona la loro imbarcazione. “Siamo dentro una dinamica volta a far sparire tutte le ong dal Mediterraneo centrale – spiega il capomissione Riccardo Gatti -. La ragione del blocco è che prolungando il tempo in mare delle operazioni per raggiungere la Spagna violiamo le normative: le persone, infatti devono essere lasciate nel minore tempo possibile in un porto sicuro. Praticamente è come dire che le ambulanze non partono perché non c’è posto negli ospedali”.

In mare per ora restano Sea Eye e Sea Watch, ma spiega Giorgia Linardi, portavoce dell’ong tedesca, “non sappiamo quanto dureremo”. “Resistiamo finché possiamo ma non sappiamo cosa succederà quest’estate, non mi rattrista che non ci saranno più solo le ong in mare ma che non ci sarà nessuno – aggiunge -. Andrebbe ricordato che le ong hanno iniziato a operare in mare per colmare un vuoto. Sappiamo bene che il mare non è la soluzione, le soluzioni vanno trovate prima e dopo il mare”. Linardi ha ricordato che, nei giorni di blocco della nave in mare, un ragazzo libico ha tentato di raggiungere la costa di Malta a nuoto. “Questo ragazzo è una delle persone per cui siamo stati più preoccupati, ha visto uccidere suo fratello di 12 anni, aveva atroci ferite sulle gambe – spiega -. A bordo stava sdraiato a testa in giù tutto il giorno e non parlava con nessuno. Ecco queste sono le persone che abbiamo tenuto in mare per 19 giorni. Dal giorno del salvataggio – aggiunge – abbiamo chiesto un porto ma questo piccolo ha spaccato l’Europa e il paese. I governi ci pongono in una condizione di scontro, in realtà noi riteniamo che lo sbarco non sia condizionabile al raggiungimento di accordi penosi e fatti ad hoc. E siamo stati sempre uniti nel dire che l’Italia  non venga lasciata sola. Non siamo in mare per fare un braccio di ferro”.

Intanto sulla sorte delle persone sbarcate a Malta dalla Sea Watch non c’è ancora certezza. In particolare per le 10-15 persone che dovrebbero arrivare nel nostro paese e la cui accoglienza sarà a carico della Federazione delle Chiese evangeliche. “Come cristiani non possiamo non accogliere lo straniero – sottolinea Christiane Groeben, videpresidente della Federazione delle Chiese evangeliche – Ma mi dà fastidio che Salvini dica che questa accoglienza non costa niente allo Stato, non è una bella cosa da dire e non ci fa una bella figura”. Sulla stessa scia Marco Fornerone pastore della Chiesa valdese di Roma: “per l’accoglienza ci siamo impegnati e rimaniamo disponibili, sarà accoglienza incentrata sulle persone e sulla loro dignità. La parola a cui siamo vincolati contiene il comandamento dell’accoglienza e in questo ci riconosciamo”.

Lucia Gennari, avvocata di Mediterranea, spiega che sul caso Sea Watch e Sea Eye si sta valutando un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. “Saranno le persone rimaste a bordo a decidere se fare ricorso o meno – sottolinea – ma i presupposti ci sono. I governi che si comportano da fuorilegge ma esiste un ordinamento di regole, che prevede il diritto a sbarcare e in tempi molto rapidi, a prescindere dal luogo da cui si proviene. Esiste poi il Regolamento Dublino e il diritto d’asilo. Dal canto nostro siamo disponibili a mettere in campo tutte le strategie possibili e gli strumenti del diritto a nostra disposizione in questo momento buio. Siamo stati a bordo di Sea Watch il 4 gennaio e abbiamo rilevato diverse situazioni che si pongono in violazione della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo”. (ec)

Da redattoresociale

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