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Ritorno a casa loro (giorno 3). L’anello della catena

 

Nella catena del destino ognuno di noi può essere un anello. Chi è parte della catena di un destino fortuito e non avverso, prova un’ incontenibile sensazione di piacere che in qualche modo – per pudore – si cerca di celare. Questo è quello che provo oggi, avviandomi con il resto della truppa verso l’orto di Dudu, il ragazzo incontrato a Wassadu, uno dei villaggi della zona rurale nella regione di Tambacounda. Sono emozionata ed eccitata ad un tempo, pensando di essere un pezzo della catena che ha portato Dudu a realizzare il sogno di poter coltivare la terra ereditata dal nonno. 1 ettaro, circa 10.000 metri quadrati, che fino all’anno scorso producevano solo cereali e spesso, a causa delle forti piogge nella stagione umida e della siccità nella stagione secca, neanche quelli. Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta, io con microfono di Rainews24 e Andrea con l’ inseparabile telecamera, stavamo tentando invano di intervistare la gente del luogo. Ci avevano detto che da questi villaggi sono tanti i ragazzi che se ne vanno affidandosi agli incantatori di serpenti che sono i trafficanti di esseri umani. Solo Dudu, seduto disperatamente sotto la tettoia di uno scalcinato bar, ci aveva concesso i suoi pensieri davanti la telecamera di Andrea e il microfono della television italiennne. “Il mio sogno è quello di coltivare la terra e di non far partire i giovani da qua. Qui abbiamo risorse incredibili ma non abbiamo i mezzi”. Fu così che entrammo nella catena del destino di Dudu al quale abbiamo fatto conoscere l’associazione che in quei giorni cercava disperatamente qualcuno del luogo proprietario di un terreno per avviare un progetto di agricoltura sostenibile e circolare. Qualche mese dopo nell’orto di Dudu sono arrivati pannelli solari, impianti di irrigazione, una grande cisterna e quanto serviva per coltivare quella terra. Con lui oggi lavorano altri ragazzi del posto tra cui anche Maxime che – come Dudu – è di etnia basirè, tra i pochi cristiani che vivono senza il minimo problema con il 92 % della popolazione di religione islamica (solo il 2% ha mantenuto l’originario culto animista).
“Ci avevo pensato anche io ad andarmene da qui – risponde Maxime alla mia domanda se era mai stato attratto dall’ Europa – ma appena ho avuto l’opportunità di lavorare a questo progetto, di coltivare la nostra terra che è ricca di risorse, non ho avuto dubbi. Io voglio restare qua”.
E noi non fatichiamo a crederci: la sua famiglia composta dai genitori, fratelli, cognati e nipoti, vive in capanne di legno e mota. Che non hanno niente di più dello stretto necessario per sopravvivere, è più che evidente. Ma prima di andare via, ci regalano una decina di pannocchie. Loro personale e generoso modo di ringraziarci per essere stati parte della catena di un fortuito destino che ha coinvolto anche il loro Maxime.

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