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Tragedia a Rebibbia, “i bambini siano accolti nelle case famiglia”

 

“Mai più bambini in carcere”. E’ unanime il coro delle reazioni dopo la tragedia di eri: una mamma ha ucciso il figlio e ferito l’altro gravemente. Comunità Papa Giovanni XXIII: “Esistono case famiglia adeguate”. Il garante Palma: “Necessario poter vivere in un ambiente non detentivo”. Isola solidale: “Puntare sulle pene alternative”

ROMA – “Mai più bambini in carcere”. E’ unanime il coro delle reazioni dopo la tragedia di ieri a Rebibbia in cui una mamma ha ucciso il figlio e ferito l’altro gravemente.
“Sono troppi i bambini che continuano a vivere dietro le sbarre con le loro mamme. Gli Icam, istituti a custodia attenuata, sono una soluzione intermedia ma non rispondono al bisogno fondamentale di un bambino di crescere in un ambiente familiare, con le stesse opportunità di crescita dei coetanei. Esistono case famiglia adeguate per accogliere i bambini con le loro mamme”. Questo il commento di Giovanni Paolo Ramonda presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII . La comunità di Don Benzi ha in questi anni accolto numerose mamme con bambini nelle sue case famiglia. “Anche nell’ultima campagna elettorale abbiamo proposto ai politici di togliere questi piccoli senza alcuna colpa dal carcere. Tutti gli psicologi concordano che i primi tre anni di vita del bambino sono fondamentali per la sua crescita equilibrata. Non occorre essere esperti per comprendere che il carcere non è il luogo idoneo in cui crescere i bambini, dunque chiediamo che le mamme con bambini più piccoli di 3 anni siano accolti presso le case famiglia”.

Sulla tragedia interviene anche il garante dei detenuti Mauro Palma: “E’ successo un dramma imprevedibile”, ha detto in un’intervista del Tg2000. “Una detenuta in carcere da poco meno di un mese – ha spiegato Palma – nel rientrare dal giardino nella sezione nido ha buttato giù i due bambini piccolissimi provocando la morte di uno e il ferimento grave dell’altro. È stata una situazione imprevedibile, non c’erano elementi relativi a questa persona che lasciassero supporre un comportamento del genere. Non è un caso in cui si possono individuare responsabilità se non il fatto che rimane sempre il problema dei bambini dietro le sbarre”. “La legge ci dice – ha proseguito Palma – che il carcere dovrebbe essere veramente la soluzione estrema. Ci si chiede se sia realmente necessario, soprattutto quando parliamo di custodia cautelare, se non si possano trovare altre soluzioni che impegnino anche le comunità locali”. “Dobbiamo partire dall’idea – ha concluso il Garante – che il bisogno e il diritto di un bambino che deve evolvere e sviluppare la sua vita deve essere prevalente anche alle nostre esigenze di punizione rispetto al genitore. A partire da questo le amministrazioni locali devono predisporre le strutture che garantendo la sicurezza all’esterno offrano case famiglia protette e la possibilità di vivere in un ambiente non detentivo”.

“Una tragedia che ci coinvolge tutti. Due piccoli innocenti ai quali è stata offerta solo una vita in carcere. Sabato celebreremo la santa messa in memoria del piccolo che non c’è più e per il suo fratellino che lotta per la vita. I nostri stessi ospiti ci hanno chiesto di fermarci a pregare per questi due piccoli angeli”. E’ quanto dichiara Alessandro Pinna, presidente dell’Isola solidale, una struttura nata oltre 50 anni fa a Roma e che accoglie i detenuti (grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000) che hanno commesso reati per i quali sono stati condannati, che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunti a fine pena, si ritrovano privi di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica. “Occorre – aggiunge – puntare di più sulle pene alternative soprattutto in presenza di minori innocenti. Il carcere ha valore solo in un’ottica di riabilitazione e di formazione senza le quali non si può pensare ad una riscatto umano e sociale per i detenuti”.

Da redattoresociale

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