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L’unica cupola a Roma non è quella di San Pietro. Storica sentenza su Mafia Capitale

 

Mafia Capitale era mafia, nel senso più stretto del termine. Dopo cinque ore di camera di consiglio, la terza sezione della Corte d’Appello di Roma, ribalta totalmente la decisione di primo grado: Mondo di mezzo (così si chiamava l’indagine della procura capitolina) era un’associazione di stampo mafioso e si avvaleva, inoltre, del metodo mafioso. L’associazione che, nel dicembre del 2014, venne smantellata pezzo per pezzo grazie ad un’indagine del Ros dei carabinieri di Roma e che vedeva nel ras delle cooperative, Salvatore Buzzi e nell’ex terrorista nero, Massimo Carminati, i capi (con loro un’altra trentina di persone, fra politici, funzionari, imprenditori).
Non si trattava di comprendere (come erroneamente sostiene qualcuno), se a Roma vi fosse o meno la mafia, quella – e con sentenze passate in giudicato – c’è e da anni. La Capitale è un coacervo di mafie, cosa nostra, ‘ndrangheta e la camorra si sono spartite investimenti e piazze e convivono pacificamente. Ma, con “Mondo di mezzo”, si voleva comprendere se vi fosse una mafia nata e cresciuta proprio all’ombra del Cupolone o del Colosseo.
La sentenza di oggi, letta da Claudio Tortora, in attesa di capirne le motivazioni, ci offre uno spaccato che, infondo, era già stato anticipato dalla Corte di Cassazione nell’aprile del 2015. In quel caso Salvatore Buzzi, Luca Odevaine e Franco Panzironi – tre dei principali indagati nell’inchiesta – avevano ricorso alla Suprema Corte per annullare la custodia cautelare. Gli ermellini confermarono l’impianto accusatorio della procura, offrendo una visione più ampia della forza intimidatrice dalla quale derivano «l’assoggettamento e l’omertà» che può trovare conferma in una «sistematica attività corruttiva» che «esercita condizionamenti diffusi nell’assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende pubbliche». In molti pensavamo che, questo pronunciamento, bastasse per influenzare la decisione del primo grado di giudizio. Dopo oltre un anno di udienze, invece, per il primo grado di giudizio non esisteva la mafia, ma “due diversi gruppi criminali”, uno facente capo a Salvatore Buzzi e un altro a Massimo Carminati.
Quel giorno esultarono le difese dei principali imputati, le stesse che oggi (con Alessandro Diddi, legale di Buzzi, tanto per citarne uno) vanno all’attacco, definendo la sentenza un “Atto grave” e spiegando che “da oggi è molto pericoloso vivere in Italia”.
Molto più seria e composta la Procura che, vedendosi confermata l’impianto accusatorio, non commenta la sentenza, così come fatto in occasione del primo grado di giudizio.
La verità è che, già con il pronunciamento della Cassazione, si profilava una diversa e più ampia applicazione del 416bis, ovvero del reato di associazione mafiosa.
Tal reato oggi ha connotazioni diverse e più articolate che, anche con questa sentenza, vengono riconosciute. Spesso ad esempio non vi è più l’affiliazione classica, e al di là dell’appartenenza fondamentale è il metodo utilizzato. Comunque sia, certamente continua ad esistere la mafia, anzi le mafie. Allora come intervenire? Guardando la corruzione, quella che c’era a Roma. Perchè la corruzione, come ripetuto da più parti, è la nuova arma delle mafie che non hanno abolito dal loro linguaggio la violenza, ma la usano solo quando strettamente necessario.
Insomma, chi diceva che “l’unica cupola che esiste a Roma è quella di San Pietro”, si sbagliava di grosso. Così come chi ha tentato di banalizzare il gravissimo fenomeno (di corrutele mafiose) andato in scena nella Capitale. A Roma c’è una mafia nata e cresciuta ed è arrivato il momento di farci i conti, anche culturalmente.

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