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Un grazie ai soccorritori e ai colleghi arrivati a Genova per raccontare

 

Gli operatori del soccorso, le forze dell’ordine, i volontari e i giornalisti hanno tutti gli stessi occhi della pietà davanti alle conseguenze del tragico crollo del Ponte Morandi, a Genova. C’è chi si è scarnificato le mani tra le macerie del 14 agosto, chi ha sottratto ore dal proprio sonno unicamente mosso dalla speranza di percepire soffi di vita per farli riemergere alla luce.
Tra le giornaliste e i giornalisti c’è anche chi ha interrotto le ferie, non per esserci, ma solo per il dovere di raccontare all’Italia quanto sta succedendo, attimo dopo attimo. Così come è accaduto due anni fa durante i terremoti nell’Italia centrale.
“Quando fare il mestiere più bello del mondo è davvero difficile”, hanno condiviso su facebook Michela De Leo e Francesca Di Palma, giornaliste de “Il Cittadino”, settimanale diocesano di Genova. Nonostante la pesantezza di una tragedia umana, le due colleghe, come tutti gli altri in campo, sono animati dalla consapevolezza che il Paese deve essere informato con professionalità, deve conoscere tutti i particolari della tragedia di Genova, senza trasformare le penne e i microfoni in tribunali fuori dalle aule. Questo le giornaliste e i giornalisti lo sanno bene. E sanno che l’informazione non può fermarsi all’oggi e alla raccolta delicata di voci e testimonianze per contribuire alla verità sul crollo di un ponte. Sanno anche che è opportuno ripercorrere tutti i passaggi tecnici e politici, soprattutto degli ultimi trent’anni, per una sana critica sugli immobilismi e sulle opposizioni partitiche che si sono limitate al no senza una controproposta e che, nel tempo, si sono rese complici di una tragedia. Bisogna raccontare quanto è successo negli uffici e nelle sedi consiliari per recuperare la memoria e presentarla ai cittadini e a chi applica la stessa tecnica di rubare il tempo della vita per pura e pericolosa contrapposizione politica. Bisogna raccontare tutto questo. Ma per raccontarlo bene ci vogliono i professionisti dell’informazione, se non altro per rispetto delle vittime e dei loro familiari.

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