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“Leggeremo le vostre storie, guarderemo le vostre foto, non vi dimenticheremo”

 

Un cerchietto d’argento con dei disegni astratti incisi sopra. Sembrano delle onde a sbalzo. È dentro un sacchettino di plastica, ma si vede che è sporco di sangue. Era l’anello di fidanzamento di Yar Mohammad Tokhi, cameraman…. Lo ha postato su twitter Farahnaz Frotan, una reporter, sua collega della tv afghana Tolo News. Era con loro da dodici anni. La sua tv gli ha dedicato un servizio nel telegiornale. Anche se non capisco una parola sento l’inferno di grida disperate quando la telecamera entra nel portone della casa che Yar aveva lasciato solo tre ore prima. Grida di donna e di bambini. Vedo gli uomini che restano sulle scale, si asciugano le lacrime, in silenzio coprendosi gli occhi, abbassando la testa, per pudore. Poi la telecamera si infila in una stanza inquadra una montagna di cuscini, oggetti ancora nelle scatole, un aspirapolvere fiammante.
Credo di sapere cosa siano. Sono i regali di nozze. Yar si sarebbe dovuto sposare tra qualche settimana. Da un bellissimo articolo scritto da un giornalista afghano- Mujib Mashal del New York Times -leggo che di recente aveva dovuto vendere una bici, 80 dollari, per curare sua madre malata.
Guardo le copertine dei giornali afghani . Scrivono “we lost ten beautiful minds” e postano il macabro collage con le foto dei dieci giornalisti ammazzati in un solo giorno in questo paese dove la primavera è diventata ormai la stagione più crudele, quella che coincide con la guerra. I Talebani la chiamano “Offensiva di Primavera”. Quest’anno l’hanno annunciata ufficialmente con un comunicato il 25 aprile. Hanno spiegato che l’obiettivo principale del 2018 sarà quello di ammazzare e catturare i soldati americani e i loro sostenitori.
E i giornalisti sono sempre stati considerati dei nemici.
Shah Marai, un uomo coraggiosissimo aveva iniziato questo lavoro proprio mentre erano al potere i Talebani. Si avvolgeva una sciarpa intorno alla mano che reggeva il manubrio della sua bici per nascondere la macchina fotografica e arrivava dove nessun occidentale avrebbe mai potuto. La televisione, la musica, l’insegnamento dell’inglese, mandare le bambine a scuola erano solo alcune tra le tante cose vietate dagli studenti delle Scuole Coraniche che avevano preso il controllo del paese….Vietato anche scattare foto ad uomini e animali. Se lo avessero scoperto Marai sarebbe stato ucciso. Per questo non poteva nemmeno firmare. Mi addolora pensare che dovesse firmare il suo lavoro con un termine inglese “stringer” che vuol dire collaboratore.
Le sue foto erano documenti preziosi e poi divennero anche bellissime. Quando i Talebani vennero sconfitti dopo l’11 settembre del 2001 come tanti in Afghanistan si era illuso, aveva sperato in un futuro migliore.

L’AFP, l’agenzia per la quale lavorava- ha ripubblicato un articolo che aveva postato nel 2016 sul suo blog. Scriveva : “ Quando guardo indietro, la fuga dei talebani dagli americani nel 2011 è stata una grande speranza. Ma oggi questa speranza è scomparsa…. Nel 2004 i Talebani sono tornati. Ogni mattina quando arrivo in ufficio, ogni notte, quando arrivo a casa, penso all’autobomba o al kamikaze che potrebbe uscire dalla folla”.

La moglie lo scongiurava di lasciare perdere il giornalismo, gli chiedeva di aprire un negozio, ma Shah Marai non voleva. Credo che non potesse: era diventato troppo bravo. Molti giornali occidentali adesso pubblicano una selezione delle sue foto. In questi scatti c’è la guerra, le sparatorie, gli attentati. I morti e i funerali. Ci sono bambini che hanno perso le gambe e aspettano a braccia conserte la protesi seduti su una panca all’ospedale. Ci sono rare foto di momenti di pace che mi sembrano perfino più tristi, perché si sente la fragilità, lo squallore, la precarietà di questa pace.
Con il suo lavoro Marai sosteneva molte persone che ora sono senza risorse ( dei fratelli e un figlio non vedenti, la madre). Una famiglia dove solo quindici giorni era nata una bambina, la sua unica figlia Khadija .

Marai e gli altri 8 colleghi hanno perso la vita perché hanno fatto il loro lavoro: sono corsi sul luogo dove era scoppiata una bomba che aveva fatto quattro morti.
Il kamikaze si è avvicinato al luogo dell’attentato con una macchina fotografica. Ha finto di essere un giornalista, si è fatto saltare in aria col proposito di uccidere giornalisti e soccorritori. Non sono stati però i Talebani.
L’attentato l’ha rivendicato l’Isis che come i Talebani odia chi non è dei suoi e certamente detesta i giornalisti. L’Isis che ad un certo punto del suo percorso è riuscito a creare il suo regno provvisorio del terrore e ora si batte per conquistare spazio anche in Afghanistan, mentre Trump suggerisce proprio in queste ore l’ipotesi di abbandonare definitivamente il paese.
Sono morti così altri giovani colleghi:
Mahram Durrani, una ragazza che era l’unico sostegno della sua famiglia e lavorava a Radio Azadi, insieme a Ebadullah Hananzai e Sabawun Kakar.
Salim Talash e Ali Salimi di Mashal Tv. Ghazi Rasuli e Nawruz Ali Khamoosh di 1TV.
Nello stesso giorno poche ore prima il giornalista afgano Ahmad Shah era stato colpito a morte mentre andava in bici in una zona considerata sicura nella regione di Khost. Anche lui con una carriera brillante, da un anno lavorava per la BBC.

Mi chiedo che cosa possiamo fare noi in Italia per i nostri coraggiosi colleghi che sotto shock e con il cuore a pezzi per i loro amici si trovano in prima linea a difendere una speranza, un’idea di paese democratico e libero dalla violenza mentre è sempre più fragile e sotto attacco.

Sicuramente ogni sforzo possibile per non spegnere i riflettori sull’Afganistan. E probabilmente fargli sapere che ci importa di loro ogni giorno. Non solo oggi 2 maggio, in un liceo storico di Roma, con la manifestazione organizzata da Articolo 21.
Che penseremo e scriveremo di loro non solo quando perdono la vita, ma anche quando, nonostante tutto, riportano a casa la pelle. Quando ci parlano di questo luogo duro e squallido che è diventato l’Afganistan
Quando denunciano le ingiustizie, la corruzione, e -come ha fatto il cugino di un giornalista ucciso lunedì a Kabul- si disperano con la morte “che non prende mai i figli dei politici perché sono fuggiti tutti all’estero”.

Noi li leggeremo. Noi li ascolteremo. Le loro foto, le loro storie
ci importano.

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