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“La grande marcia per il ritorno” e per “la fine dell’assedio”

 

Venerdì, 13 aprile 2018, terzo giorno di manifestazioni e proteste per “La grande marcia del ritorno” le forze israeliane hanno di nuovo sparato contro pacifici manifestanti che non rappresentavano alcuna minaccia per la vita dei soldati, uccidendo un civile palestinese e ferendone altri 1000 tra cui 100 bambini, 8 donne, 3 giornalisti e 4 operatori sanitari. Decine di feriti sono in gravi condizioni. Sebbene il numero di vittime sia diminuito questo venerdì, dozzine di cecchini israeliani e jeep militari lungo la barriera di confine hanno aperto deliberatamente e selettivamente il fuoco contro i partecipanti, usando forza letale. A queste bisogna aggiungere 4 palestinesi uccisi, di cui 2 giovanissimi, dall’artiglieria israeliana che nel pomeriggio di sabato 14 aprile ha preso mira un auto risciò nella città di Rafah.

Sono stati feriti anche alcuni passanti. Il giornale israeliano Haaretz ha riferito che l’esercito ha avviato un’indagine per “verificare se l’accaduto sia stato un incidente sul lavoro”. (1) Pertanto, dal 30 marzo quando è iniziata la “Marcia del grande ritorno “ il bilancio delle vittime è di 36 morti, quasi 3000 feriti tra cui 450 bambini, 21 operatori sanitari, 15 giornalisti, 60 donne. 350 feriti resteranno disabili in via temporanea o permanente. Le indagini del PCHR (Centro palestinese per i diritti umani) e le osservazioni sul campo confermano che le dimostrazioni erano del tutto pacifiche, che non vi erano dimostranti armati, che migliaia di anziani, donne, bambini e intere famiglie alzavano bandiere, scandendo slogan e canzoni nazionali, e lanciavano aquiloni. Al culmine della giornata i dimostranti sono diventati 100.000. Solo alcuni gruppi hanno dato fuoco alle gomme e bruciato le bandiere israeliane. Ma, ancora una volta, senza che ci fosse alcuna minaccia per la vita dei soldati, nessuno dei quali è stato ferito. Migliaia hanno sofferto per inalazione di gas lacrimogeni, lanciati anche con i droni, benché fossero molto lontani dal confine, che ha preso di mira pure un ospedale da campo che distava almeno 800 metri dal confine.

Le forze israeliane hanno inoltre deliberatamente ed esplicitamente colpito e ostacolato il lavoro delle ambulanze e degli equipaggi medici. Numerosi operatori hanno sofferto per l’inalazione di gas lacrimogeni mentre 4 sono stati colpiti con le bombolette dei gas e con proiettili. I ricercatori sul campo del PCHR hanno anche osservato che le forze israeliane hanno mirato direttamente agli addetti stampa. Tre sono stati colpiti (uno in modo grave) con proiettili veri, nonostante indossassero il gilet e l’elmetto con la scritta Press, mentre gli addetti stampa in diretta streaming e in piedi a 700 metri dalla barriera di confine, sono stati presi di mira con bombolette di gas lacrimogeno.  Almeno 55 manifestanti sono stati colpiti nella parte inferiore del corpo, ai genitali, con munizioni vere, presumibilmente, nel tentativo di causare infertilità. In questa situazione di emergenza sanitaria il Ministero della sanità di Gaza ha segnalato che ospedali e presidi sanitari sono allo stremo e ha lanciato vari allarmi per la carenza di personale sanitario di ogni specialità.

L’OCHA (organizzazione ONU per il coordinamento per gli interventi umanitari) ha dichiarato che negli ospedali di Gaza mancano 59 medicine essenziali e 128 dispositivi sanitari indispensabili. PCHR sottolinea che la politica in corso da parte di Israele viola lo STATUTO DI ROMA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE e la IV Convenzione di Ginevra, e che le sue pratiche costituiscono crimini di guerra. Sottolinea inoltre come prima delle dimostrazioni, funzionari, politici e militari israeliani abbiano rilasciato dichiarazioni in cui minacciavano di provocare la morte e il ferimento dei manifestanti, poiché la manifestazione di per se metteva a rischio Israele. In una lettera pubblicata sul quotidiano inglese “The Guardian” 5 ex soldati israeliani hanno scritto: “Dare ordini ai cecchini di sparare per uccidere dimostranti inermi è un altro prodotto dell’occupazione e del dominio militare su milioni di Palestinesi, della leadership senza scrupoli del nostro paese e del deragliamento della nostra direzione morale”

In vista di possibili azioni legali, venerdì 13 aprile 2018, il gruppo B’Tselem (associazione israeliana per i diritti umani) scrive come le regole di ingaggio per aprire il fuoco da parte dell’ esercito israeliano sul confine di Gaza si inseriscano in una lunga tradizione di Israele che invoca “ipotetici casi estremi”, “eccezioni alla legge internazionale” per giustificare azioni che sono equivalenti a violazioni del diritto internazionale umanitario. “Israele ha una grande esperienza nel violare la legge internazionale e calpestare principi morali basilari senza essere in alcun modo chiamata a renderne conto” aggiunge B’Tselem. “Certamente non è chiamato a renderne conto a livello interno dal momento che il sistema giudiziario collabora in pieno con questi atti criminali mentre la popolazione, generalmente, sostiene le ragioni degli omicidi, ferimenti e distruzioni a Gaza, o per lo meno vi rimane indifferente, ma Israele non è mai richiamata all’ordine nemmeno dalla comunità internazionale.” In questo frangente il Comitato palestinese per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) invoca un embargo delle armi verso Israele come “modo più efficace per rispondere al massacro continuo per mano israeliana”.

Il Comitato ha dichiarato: “Questo vuol dire porre fine alla vendita e all’acquisto di armi da e per Israele ed interrompere la collaborazione militare e di polizia con lo stato di Israele”. In altre parole, per ostacolare – se non fermare – gli strumenti dello Stato che negli ultimi tre venerdì hanno deliberatamente preso di mira, ucciso e ferito manifestanti pacifici, nella totale impunità. Sintesi dei report di PCHR (Centro Palestinese per i diritti dei Palestinesi) ed Electronic Intifada. A cura della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

1 http://www.maannews.com/Content.aspx?id=780031

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