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Se il “made in Italy” diventa “made in Mafia”

 

di Marco Omizzolo

Le agromafie allungano le loro mani sul Made in Italy. Prodotti di grande qualità noti in tutto il mondo e che, in alcuni casi, vengono prodotti e commercializzati a livello mondiale da clan mafiosi che si inseriscono nel settore riciclando milioni di euro.
Si chiama genericamente “Italian Sounding” ma potrebbe essere rinominato Made in Mafia. Il rapporto Agromafia di Eurispes ne fotografa ogni anno l’evoluzione. “Le mafie – afferma il rapporto – dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e le altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding, e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto”.
Ogni anno le cronache giudiziarie non fanno che testimoniare questo processo. Nel febbraio del 2016, ad esempio, i carabinieri del Ros sono intervenuti in Calabria sulla cosca di ‘Ndrangheta dei Piromalli che era riuscita a controllare la produzione e le esportazioni di arance, mandarini e limoni verso gli Stati Uniti, oltre a quelle di olio attraverso una rete di società e cooperative grazie ad alcune società del Nord Italia.
Ovviamente è tutta ortofrutta prodotta grazie al lavoro gravemente sfruttato di migranti e italiani che vivono come schiavi nei “campi delle mafie”. Ad uno dei massimi esponenti del clan Piromalli, Girolamo Mazzaferro, era stato affidato il compito di gestire la compravendita di terreni agricoli ottenuti mediante estorsione. Questa operazione ha permesso di scoprire il ruolo di alcune società a partire dalla “P.P. Foods s.r.l.”, specializzata nell’import-export di prodotti olivicoli e ortofrutticoli, la cui potenza economica ed intimidatrice era tale da riuscire a stabilire il prezzo dei prodotti, le quantità da esportare e le somme da incassare. E grazie alla collaborazione con la FBI si è riusciti a ricostruire il ruolo di una holding internazionale costituita da società di stoccaggio e distribuzione di prodotti agricoli con a capo Rosario Vizzari, residente nel New Jersey e organico alla cosca Piromalli.
È così che il Made in Italy diventa Made in Mafia. Ancora a febbraio gli uomini dell’Arma hanno confiscato 4 società siciliane operanti nel settore dell’olivicoltura riconducibili a Matteo Messina Denaro, latitante tra i più noti, e alla famiglia mafiosa di Campobello. Attraverso la gestione occulta di oleifici e aziende intestate a prestanome, il boss riusciva a monopolizzare il remunerativo mercato olivicolo e ad imporre anch’egli i relativi prezzi. Ovviamente questi affari ledono anche l’attività di migliaia di imprenditori onesti indotti ad accettare le imposizioni del boss di turno.
Il Made in Mafia non riguarda solo olio e frutta. Anche la più nota mozzarella può essere prodotta e commercializzata dalle mafie. Sempre agli inizi di febbraio del 2016 i carabinieri hanno arrestato Walter Schiavone, figlio del capoclan dei Casalesi Francesco “Sandokan” Schiavone accusato di imporre la fornitura di mozzarella di bufala Dop prodotta da un caseificio di Casal di Principe a distributori casertani e calabresi. Un marchio d’infamia per uno dei prodotti caseari migliori al mondo e tipici del Made in Italy.
A novembre 2016 la Dia sequestra i beni di un imprenditore dei trasporti siciliano considerato lo snodo degli affari che il clan dei Casalesi conduce assieme al fratello di Totò Riina, Gaetano, per monopolizzare il trasporto di frutta e verdura da Roma in giù, grazie anche al controllo del mercato di Fondi, nell’agro pontino. A giugno la Guardia di Finanza mette a segno un blitz contro il clan camorristico Lo Russo che aveva monopolizzato e imposto la distribuzione di pane e l’imposizione del prezzo di vendita ai supermercati, alle botteghe e agli ambulanti domenicali della zona.
Ce n’è dunque per tutti i gusti. Ovviamente Roma non viene risparmiata. A maggio del 2016 i carabinieri sequestrano beni per 80 milioni di euro tra i quali bar, ristoranti, pizzerie a quattro imprenditori ritenuti coinvolti in traffici illegali gestiti dalla camorra napoletana. Tutti i locali si trovano nel “salotto buono” della Capitale, mentre pochi giorni prima, ad aprile, le Fiamme Gialle sequestrano 33 milioni di beni alla cosca di ‘Ndrangheta Labate accusata di controllare il settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio della carne di qualità.
La mafie sono “di bocca buona” e non disdegnano relazioni anche con gli Hezbollah libanesi. È ancora il rapporto dell’Eurispes a darne conto. La Guardia di Finanza spezzina, quella di Torino, l’Europol e la Drug Enforcement Administration hanno infatti scoperto le attività di cinque fratelli libanesi che attraverso la propria ditta, specializzata nella vendita di macchine agricole, riciclavano denaro per un valore di circa 70 milioni di euro, proveniente da un traffico internazionale di cocaina per farlo arrivare in Siria e finanziare gli Hezbollah.
È così che sulle tavole dunque dei migliori ristoranti del mondo e di miliardi di persone arrivano molti prodotti italiani d’eccellenza, a volte coltivati sfruttando il lavoro di italiani e migranti, espressione di un Made in Italy che nasconde in realtà il marchio infamante del Made in Mafia.

(3 – continua)

Da mafie

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