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Il Pd dovrebbe riaprire le sezioni sul territorio e non accontentarsi di twitter

 

“Poteva andare peggio. No”. Questa volta l’antica saggezza del grande Altan forse ci inganna, perché la prossima volta, almeno per quel che rimane del Pd e del centrosinistra, potrebbe andare anche peggio. I clamorosi vincitori delle elezioni, il M5S e la Lega di Salvini, sogghignano soddisfatti per il tracollo del sistema di potere “democratico”, ormai vissuto come “casta” da gran parte degli italiani, eppure hanno ancora bisogno degli sconfitti per ottenere uno straccio di governabilità. Non si tratta di famigerati “inciuci”, ma di politica e forse di responsabilità. Una responsabilità pesantissima, che grava quasi totalmente sulle fragili spalle di un Pd ancora tramortito dai risultati elettorali. Il Pd, adesso, avrebbe bisogno di tanto coraggio e di un po’ di tempo per riflettere, per guardarsi dentro, per interrogare quei milioni di elettori che lo hanno abbandonato, spesso con rabbia e sofferenza. Invece no, il metodo non cambia. Matteo Renzi, che ha affascinato, illuso e poi devastato le speranze di un pezzo rilevante dell’Italia, offre le sue “dimissioni riluttanti”, congelate fino alla nascita di un nuovo governo. Il giovane uomo conferma la sua natura di scorpione, che non può astenersi da usare il pungiglione, anche contro se stesso e il “suo” partito. Detta ancora la linea e conferma la sua presenza ingombrante nelle prossime delicatissime trattative che tra poco il presidente Mattarella avvierà. E così, ancora una volta, il Pd, semidistrutto, litiga sulla sua scelta. Ancora di corsa, in affanno, senza una riflessione seria, dolorosa e approfondita. Lo Scorpione-Renzi non vuole lasciare il suo (ex?) partito libero di sbagliare da solo. Ma proviamo a guardare avanti senza dimenticare il passato. Se, invece del famigerato “rosatellum”, avessimo avuto un sistema maggioritario, come per le regionali, il vincitore sarebbe Matteo Salvini, che si è conquistato il primato all’interno del centrodestra a scapito di Berlusconi. Se avessimo avuto un sistema maggioritario a doppio turno alla francese, come per l’elezione del sindaco, il M5S vincerebbe con i voti residui dei “democratici” che non sopportano Salvini e Berlusconi.

Adesso, però, nonostante le astruserie del “rosatellum”, i vincitori dovrebbero governare per dimostrare quello che sanno e possono fare. Paradossalmente, nonostante la bruciante sconfitta, il Pd, con o senza Renzi, può decidere se arroccarsi in una opposizione rigeneratrice sine die, oppure mettersi di nuovo al servizio del paese e condizionare quel po’ di riformismo che è ancora possibile. Non è una scelta facile. Potrebbe essere una sorta di suicidio assistito oppure l’inizio di un nuovo futuro.

In caso di una scelta faticosamente responsabile, l’unico dialogo possibile, ammesso che non ci siano diktat, è con il M5S, visto che Salvini è troppo in sintonia con i neofascisti di Casapound. In questo modo il Pd potrebbe provare ad inseguire i suoi elettori che l’hanno abbandonato. E’ una strada piena di rischi e di incognite. Ma, comunque vada, il Pd non può rinunciare a capire l’origine del disastro attuale, perché i lavoratori non si sentono più tutelati e i giovani sembrano condannati a una precarietà senza fine, perché le periferie si sentono abbandonate da un partito di “notabili”, perché il Sud ha girato le spalle anche alle clientele di sinistra per regalarsi a chi promette, in modo un po’ avventato, il “reddito di cittadinanza”. La campagna elettorale si è giocata sull’Europa matrigna e la paura, vera o percepita, dell’immigrazione. Su questi temi è tutta la sinistra europea che si sta esaurendo, ma il Pd, nonostante i risultati ottenuti, non è stato capace di ascoltare, spiegare, proteggere e comunicare con il suo (ex) popolo. Forse il Pd dovrebbe riaprire le sezioni sul territorio e non accontentarsi di twitter. Dovrebbe reimparare ad ascoltare, ragionare, confrontarsi, analizzare, riflettere e poi scegliere, con il rischio di sbagliare, ma restando ancorato a un metodo democratico, senza il quale rischia di perdere quel frammento di anima che gli rimane.

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