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Maria Grazia Mazzola. Quelle domande non gradite dai boss e dai loro gregari

 

Che il clima nel Paese sia peggiorato, l’avevamo capito da un pezzo. E sappiamo da tempo che la categoria dei giornalisti è uno degli obiettivi privilegiati per le aggressioni di criminali, siano mafiosi, nazifascisti, razzisti o persino imprenditori poco propensi alla trasparenza. Testate, schiaffi e pugni, braccia o nasi rotti, minacce di morte e avvertimenti contro la famiglia: colpire il o la giornalista ha un duplice obiettivo: allontanare i riflettori dai propri domini e affermarsi come boss, guadagnare il rispetto intriso di paura della popolazione dei propri territori. Violenze gratuite come questa contro Maria Grazia Mazzola, facilmente suscitano pubbliche condanne.

Ma non ci si può limitare a condannare la singola aggressione e proseguire sulla strada del tiro incrociato contro l’informazione, in quanto tale. Troppo lungo l’elenco: la recente legge sulle intercettazioni che mette a rischio di conseguenze penali il giornalista che venga a conoscenza di notizie d’interesse pubblico e decida di diffonderle; la  pratica sempre più diffusa da parte delle procure di aprire fascicoli a carico di cronisti per aver fatto semplicemente il proprio lavoro d’inchiesta; la mancata normativa per limitare le querele e le liti temerarie; il tentativo, per fortuna bloccato giusto in tempo, d’infilare nella legge contro le intimidazioni a pubblici ufficiali e amministratori, anche un codicillo contro i cronisti accusati di presunte campagne di persecuzione ai danni di sindaci o assessori. Chi poi avrebbe dovuto distinguere tra intenti persecutori e insistenza nel fare compiutamente il proprio lavoro d’inchiesta, non era chiaro. Per non parlare delle circolari-bavaglio nelle pubbliche amministrazioni, ormai fuori controllo, che minacciano di sanzioni fino al licenziamento i dipendenti che dovessero denunciare all’esterno (cioè alla stampa) quanto non funziona o puzza di marcio dentro gli uffici di appartenenza. Dalle soprintendenze ai beni culturali fino agli ospedali. Proprio mentre si approvano le norme a favore dei “whistleblower”.

Le soffiate vanno bene purché non arrivino all’orecchio dei cittadini. Giornalista di grande esperienza e professionalità, formatasi nella Palermo delle stragi a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, e cresciuta tra le inchieste di Mani pulite e quelle sulle mafie dei colletti bianchi al nord, mentre la portavano al pronto soccorso Maria Grazia Mazzola diceva: “Viva la libera informazione, bisogna fare domande”. Ma è proprio quel far domande a non essere gradito, da boss, dai loro gregari ma anche, sempre più spesso, da esponenti di primo piano della politica e dell’economia. Che magari non arrivano a colpire con testate o manrovesci, ma alzano un muro di silenzio e di dinieghi quando a porre quelle domande sono cronisti, testate, programmi noti per la cocciutaggine e la severità del proprio lavoro d’investigazione.

L’Italia è ai piani bassi delle classifiche sulla libertà d’informazione sostanzialmente per due questioni (sorvolando sulla riforma della Rai che ha posto il servizio pubblico, e quindi la sua informazione, sotto il diretto controllo del governo): il numero dei giornalisti sotto scorta e le querele temerarie. Non certo un buon viatico per la campagna elettorale in corso: ci piacerebbe che la difesa dell’articolo 21 della Costituzione finalmente facesse la sua comparsa nel dibattito politico, ad esempio, con impegni chiari da parte dei candidati di fronte agli elettori (gli unici “azionisti di riferimento” per qualsiasi giornalista) di porre fine a questa deriva e ristabilire la piena democrazia.

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