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Fassino Ds superstite del Pd renziano in crisi

 

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione».  È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Fonte: www.sfogliaroma.it

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