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È la stampa, bellezza!

 

“È la stampa, bellezza!”: la vecchia, abusata esclamazione di grintosi giornalisti dello schermo (Lancaster, Bogart) s’attaglia perfettamente come titolo di questo icastico The Post che Steven Spielberg – complici i fuoriclasse Meryl Streep e Tom Hanks – ha voluto prospettare dallo schermo puntando sul periodo più sordido della intricata storia americana legata alla guerra nel Vietnam e alle sue prolungate soperchierie culminate nella tetra, rovinosa presidenza di Richard Nixon.

The Post è giusto il film “necessario” per chiarire a fondo una storia tutta autentica ove uomini coraggiosi – il direttore del giornale in questione Ben Bradley (Hank) – e donne all’apparenza titubanti, dubbiose fino all’abulia e in effetti stoicamente determinate – la proprietaria del quotidiano Kathrine Graham (Streep) – si inoltrano tra mille insidie e infiniti complotti nella difficile marcia verso una possibile quanto ardua verità.

Questa, in sintesi, la traccia narrativa: corrono i primi anni Settanta, la guerra in Vietnam si dimostra una trappola mortale per intere generazioni di giovani americani. La cosa turba la società e la politica degli Stati Uniti, anche perché, come ben ebbe a dimostrare il segretario di Stato dell’epoca McNamara, tale situazione fallimentare è stata provocata soprattutto dalle decisioni inutilmente aggressive di tanti Presidenti (da Eisenhower a Kennedy) intenzionati, costasse quel che costasse, a contrastare provocatoriamente il comunismo e in ispecie a sfidare la potenza crescente dell’URSS.

Gli oppositori a tanto e tale sfacelo ben presenti all’interno dell’opinione pubblica e altresì di certi giornalisti attivi sul campo di battaglia ingenerano quasi osmoticamente tensioni, tentativi di imporre comunque una correzione radicale a simile stato delle cose. Così, capita che una cerchia di uomini addentro ai segreti di Stato trafughino importanti dossier, già avallati dallo stesso McNamara nei quali è documentata puntigliosamente la catastrofica linea di condotta della guerra nel Vietnam, addirittura sfociata in escalation inarrestabile proprio allorché è risaputo che gli americani avranno la peggio.

Tutto questo involuto intrico criminale viene, di botto, allo scoperto quando i preziosi dossier finiscono avventurosamente nelle mani dei giornalisti del New York Times e di riflesso anche del foglio democratico The Post, frattanto ereditato, alla morte del marito, dalla signora Katherine Graham. Per una serie di incontri e di intuizioni via via più incalzanti la questione si tramuta presto in un groviglio spionistico quasi inestricabile. Fintanto che, dopo ermetiche giravolte delle vicende giornalistiche minacciate di pesanti censure, il dissidio tra propugnatori dell’esigenza di denunciare e sanzionare l’intiera commistione di menzogne e falsi principi, il dramma trova, definitivamente, compimento col ripristino totale della più onesta pratica giornalistica.

C’è in tutto questo fitto trepestare di fatti, eventi capitali e di figure significative degli ambienti di Washington e immediati dintorni una perorazione appassionata di Spielberg contro le sortite nefaste della politica americana d’oggi (a cominciare dall’era di Trump). In questo solco si inseriscono al massimo dell’espressività superlativa, sensibilissima, Meryl Streep e Tom Hanks evidentemente galvanizzati intimamente da convinzioni precise verso la rappresentazione esemplare di una tragedia americana ancora divampante. E, allora, diciamo pure una volta di più: “È la stampa, bellezza!”.

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