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Brasile: o carneval contro il governo

 

Specchio dell’umore popolare, il carnevale brasiliano lo è sempre stato. E non mancava certo l’irriverenza verso il potere. Il suo sincretismo declinava però soprattutto religione e magia, desideri di favelas con sfoggi e sfavillii da quartieri alti, favola e realtà. Il carattere sovversivo del carnevale risale alle sue antichissime origini nell’Oriente mesopotamico. Tuttavia i samba, colonna sonora dei cortei mascherati che a ogni febbraio scendono dalle colline coperte di lamiere e mattoni fin giù per la città asfaltata, con luci e marciapiedi, cantavano l’allegria e la tristezza, l’amore e il tradimento, non la questione sociale. Era l’innata dolcezza del carattere brasiliano in vacanza dalle sofferenze della vita quotidiana!

Quest’anno, alto come un altro dei grattacieli di San Paolo, un carro mostra draghi fiammeggianti che sembrano divorare ballerini in tuta operaia, mentre nessuno li difende come la leggenda medievale racconta che abbia invece fatto San Giorgio con i popolani del suo tempo. Se a qualcuno sfuggisse il riferimento alla cosiddetta flessibilizzazione del lavoro compiuta dall’attuale governo del presidente Michel Temer, i ballerini invocano come in una giaculatoria il “sacro-santo Lavoro”. E denunce dell’inflazione, della corruzione che investe Presidente e ministri riecheggiano ancor più corrosive in migliaia delle feste di strada (400 solo a Rio) che percorrono il Brasile intero, dal Nordeste al Paranà.

A Rio, l’immagine del governo, sia nazionale sia locale, non era mai entrata tanto malridotta sulle piste del Sambodromo, affollatissimo ma solo nei posti meno costosi. Un gigantesco vampiro assetato e lordo di sangue umano, ha il volto del presidente Temer. Avvertito per tempo e timoroso di fare la medesima fine, il sindaco Marcelo Crivella, un politico proveniente dalla destra evangelica, della cui chiesa è stato in passato anche vescovo officiante, ha disertato l’apertura del Carnevale e tagliato i fondi municipali che concorrono a finanziarlo. E’ peggio che se il sindaco di Milano non si facesse vedere all’inaugurazione della Fiera. Quella del travestimento carioca, è la più famosa, richiama per due settimane masse di turisti da ogni continente e costituisce un affare valutato un miliardo di euro.

La escola da Mangueira, di straordinario prestigio, ha risposto scegliendo di tornare all’antico e al risparmio, rinunciando alle costose tecnologie che negli ultimi tempi hanno trasformato in uno spettacolo hollywoodiano la festa più popolare del Brasile. “E’ giunta l’ora di cambiare/ Alta la bandiera del Samba/ Illuminiamo le coscienze…”, recita il refrain delle note che accompagnano e identificano la sfilata dei suoi carri. E’una scelta culturale e una rivendicazione d’identità non solitarie. Altrettanto, più o meno, hanno fatto le non meno famose Beija Flor e Portela, questa ultima vincitrice della scorsa edizione. Entrambe caricando di messaggi drammatici contro la xenofobia, le nuove schiavitù, le violenze a donne e bambini, le acrobazie da Cirque du Soleil e gli sgargianti piumaggi dei loro stupendi corpi da ballo.

“Mostro è colui che nega l’amore, che abbandona i propri figli…”, cantano allo Stato-Frankstein che compie 200 anni. I neri che disperati si dibattono vanamente per liberarsi dalle catene dei loro bisogni, mimano gli ebrei olandesi cacciati nel 1600 dal Pernambuco. Ma alludono a tutti i migranti di oggi, ai quali il governo vuole adesso chiudere le porte del gigantesco paese sudamericano: haitiani, venezuelani, angolani, siriani, iracheni. Sono i malanni dell’attuale Brasile, e non solo suoi. Né a metterli in musica è esclusivamente il samba, che pure domina e non potrebbe essere diversamente la rassegna musicale. Anche Rock, Pop, Funk trovano posto nello spartito di queste sfilate che non rinunciano a esibire le pelli tirate a lucido delle sue affascinanti mulatte, al bacio saffico, all’esaltazione dei corpi. Ma la cui anima si esprime oggi essenzialmente nello spirito di protesta dei comitati di quartiere, nuovi custodi del Carnevale brasiliano.

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