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“Te sparo in testa” e “Te brucio casa”, le tribù di Ostia

 

La violenza di una testata, l’arroganza ostentata in un post su facebook – “a noi er soriso nun ce lo leva nessuno” con foto annessa di dito medio alzato – ma anche le soste quotidiane sotto al balcone, a braccia conserte, di chi entra nel mirino nel clan.
Il linguaggio del clan Spada, quella famiglia sinti oggi nell’occhio del ciclone, da sempre padrona di un pezzo di Ostia, è quello del coatto di strada. Molto più vicino alle strategie comunicative della camorra, dicono gli esperti, lontano anni luce da quell’intellighentia criminale di chi usa l’efficacia del silenzio o del baciamano.
Il verbo per Roberto Spada, per suo fratello Carmine, per il cugino Armando, è quello della parola o del gesto che non lascia equivoci.
“Te sparo in testa”, “Du spari e stai secca pe’ strada co’ tutta la scorta”, “Te brucio casa”. Ma anche lo schiaffo dato a una vittima di estorsione nella strada più affollata di Ostia. Che tutti vedano come non abbiamo paura di niente.
Sfide che sbeffeggiano Stato e legalità, urlate attraverso i social, devenute ormai piazze virtuali irrinunciabili per gli adepti dei clan, dove chi osanna il boss davanti a milioni di utenti, sarà il prescelto per importanti ruoli nell’organizzazione.
La parola diretta, la minaccia esplicita, il proiettile sparato sulla porta, non infilato in una busta anonima, il fuoco e la benzina. Ecco il vocabolario della famiglia sinti. Sono finiti i tempi in cui Don Carmine faceva capire, con garbo, quanto il silenzio di un cronista fosse cosa buona e giusta. “Non potrebbe scrivere C.F. invece che Carmine Fasciani?”, o anche, la moglie del don “Sa perché amo i gatti più di tutti gli animali? Per due motivi: perché sono fedeli e perché non parlano”. Messaggi che volevano dire tutto ma nessuno avrebbe mai potuto querelare o ritenerla una minaccia da codice penale. Quel non detto tra le righe era il brivido lungo la schiena, l’avvertimento perché non si sgarrasse.
Gli Spada no. Loro interpretano il ruolo di se stessi spaccando nasi di fronte a telecamere, alzando la voce nel bel mezzo di un locale affollato, sbeffeggiando sul web chi li contrasta. Una macchina del fango subdola che serve a isolare, delegittimare, calunniare. Perché si sa il venticello della calunnia è potente nell’era dei social. E allora via con insulti, ricostruzioni fantasiose che gettano ombre, dubbi su chi li denuncia pubblicamente.
Un linguaggio diretto, senza orpelli, violento, che arriva dritto al mittente con l’arroganza di chi, con sicumera pensa, dice e scrive “a me nun me faranno mai un cazzo”.
Poi arriva il giorno in cui una testata che fracassa il naso a un cronista, viene decriptata nel modo giusto: non si tratta di bulli di borgata, né di bande di criminali da quattro soldi o rubagalline. No, la decodificazione porta un nome: mafia. Quella violenza non è più tradotta come debolezza in un momento di nervosismo che può capitare a tutti. No no. La capocciata è l’unico modo che Roberto Spada ha per dimostrare, affermare e ribadire che lì comanda lui. E questo si decodifica così: aggravante dell’articolo 7, metodo mafioso. Parola di codice penale.

Da mafie

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