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Turchia, tensione al processo Cumhuriyet: espulso il giornalista Ahmet Sik. Udienza sospesa e rinviata al 9 marzo

 

Momenti di tensione a Istanbul al processo a 18 tra giornalisti, vertici editoriali e collaboratori di Cumhuriyet durante la quinta udienza davanti alla 27esima Corte che li deve giudicare. Sospesa prima del previsto, la seduta dibattimentale è stata rinviata al 9 marzo.
Anche nel giorno di Natale gli imputati hanno dovuto difendersi nell’aula del Palazzo di giustizia di Çağlayan da accuse gravissime e quando hanno rivendicato il loro diritto a essere giornalisti liberi sono stati brutalmente costretti al silenzio.
Ahmet Şık, coraggioso collega che mai si è piegato al volere del presidente Recep Tayyp Erdogan è stato espulso e riportato in cella.
Ahmet, giornalista investigativo più volte arrestato per ordine del regime, aveva preparato una dichiarazione di 2 ore ma è stato fermato 2 minuti dopo essere riuscito a denunciare che mentre lui e gli altri colleghi che sono stati imprigionati in Turchia c’è “una maggioranza silenziosa che rimane in una ragnatela di silenzio, ignorando tutto ciò che accade davanti ai propri occhi perché preoccupata per la propria incolumità”.
“Sotto un regime dittatoriale basato sulla crudeltà e l’oppressione, l’unica cosa che sopravvive è il male” è riuscito ad aggiungere prima che gli intimassero di tacere.
La Corte lo ha cacciato dall’aula perché, ha affermato un giudice, con le sue dichiarazioni non si stava difendendo ma stava criticando il governo e facendo politica.
Murat Sabuncu, che doveva testimoniare subito dopo Sik ha affermato che pur avendo preparato una sua memoria difensiva rinunciava a leggerla visto che al suo amico non era stato permesso di difendersi e ha chiesto di poterlo raggiungere in cella.
Anche Akın Atalay e Emre Iper hanno assunto la stessa posizione solidali con i due colleghi.
Tutti loro sono dietro le sbarre da 419 giorni.
Durante il dibattimento il presidente della Corte, Abdurrahman Orkun Dağ, ha manifestato una palese ostilità nei confronti degli imputati e le affermazioni di Şık – che ha parlato di “magistratura controllata dal governo che per compiacere il governo muove accuse assurde come quella di terrorismo contro i media liberi” – hanno di certo contributo alla decisione di confermare il carcere per tutti loro.
Questo processo ancora una volta si conferma per ciò che è: il tentativo di mettere a tacere la libertà di espressione in Turchia.
È il simbolo della repressione nei confronti di giornalisti come
Şık il quale aveva già trascorso oltre un anno in carcere tra il 2011 e il 2012 per aver scritto un libro sull’infiltrazione della rete di Fethullah Gülen nella polizia e nella magistratura turche.
Paradossalmente l’accusa mossa a lui e aglI altri colleghi di Cumhuriyet è di sostenere, attraverso la loro copertura giornalistica, proprio la rete di Gülen e altri due gruppi terroristici: il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), il Fronte rivoluzionario del partito di liberazione popolare (DHKP-C).
Rischiano fino a 43 anni di carcere se condannati.
Per i quattro imputati di Cumhuriyet ancora imprigionati, il direttore Murat Sabuncu, il redattore Ahmet Sık, l’amministratore delegato Akın Atalay e l’editorialista Emre Iper, e tutti gli altri coinvolti nel processo, questa mattina dalle 9 giornalisti e avvocati hanno animato una manifestazione davanti al Tribunale di Çağlayan.
Lo scorso maggio, Ahmet aveva presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) denunciando le violazioni e i soprusi perpetrati nei suoi confronti e chiedendo la sua liberazione.
Il governo turco ha invece sostenuto che Şık non era stato arrestato per la sua attività giornalistica ma per “aiuto ed appartenenza a gruppi terroristici”
Per Ahmet e gli altri giornalisti in carcere o sotto processo, che secondo le stime delle organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti degli operatori dell’informazione sarebbero tra i 150 e i 170, Articolo 21 continuerà a impegnarsi con la campagna #nobavaglioturco e illuminando le loro storie.
Perché la libertà di stampa non è un privilegio, ma una necessità organica e ineludibile all’interno di una grande società.
Qualsiasi essa sia.

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