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ThyssenKrupp. Le nostre ultime ore

 
C’è un video di 30 secondi rimasto per 10 anni custodito nel telefono di Rosario Rondinò una delle 7 vittime della Thyssen. E’ la sera prima del rogo, gli operai sono riuniti davanti ad un piatto di spaghetti, Rosario vuole festeggiare. “Queste sono le ultime ore alla ThyssenKrupp di corso Regina 400”. Poi passa in rassegna tutti i colleghi, ognuno sorride alla camera, tutti vedono la loro esperienza in quella fabbrica, diventata negli ultimi mesi ormai pericolosa, agli sgoccioli. I tedeschi hanno annunciato che la Thyssen di Torino chiuderà, la lavorazione dell’acciaio si sposta a Terni. Dovrebbero essere preoccupati, ma sono allegri. Perché quel lavoro pesa a tutti, ogni giorno un incendio, ogni giorno una macchina che si rompe. Vorrebbero licenziarsi ma ci sono le rate della prima automobile da pagare, ci sono le mogli in attesa dei loro figli, ci sono i mutui, ci sono conti da saldare. Per questo la sera del 5 dicembre del 2007 sono tutti lì. Compreso Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone che hanno finito il loro turno ma gli viene chiesto di fare anche quello dopo.

E’ l’una e trenta. Una macchina della linea 5 si inceppa e iniziano ad uscire scintille. Gli operai accorrono, provano a spegnere le fiamme con gli estintori, ma sono quasi scarichi. Il fuoco aumenta, decidono di prendere una manichetta, la collegano e prima che l’acqua venga aperta un flessibile dentro cui scorre l’olio al alta pressione scoppia. Si crea una nuvola di fuoco che parte in orizzontale travolgendo ed avviluppando ogni cosa sia a tiro. I 7 operai vengono investiti dal fuoco, gli abiti si inzuppano di olio, diventano torce umane. Urlano, camminano come zombie, nel frattempo prima i vestiti poi la pelle, poi i muscoli si consumano con il fuoco. Accecati, camminano guidati dalle voci dei colleghi, che non sanno cosa fare per spegnerli. Giuseppe Demasi, 26 anni appena, urla: non voglio morire. Lo ripete a voce più alta: non voglio morire.  Non si salverà nessuno, eccetto Antonio Boccuzzi, lui quando esplode il flessibile è dietro ad un muretto che lo scherma dalla nube d’olio. “Mi chiedo perché sono sopravvissuto, e non so rispondermi e con questa domanda devo conviverci”.

La frase “queste sono le ultime ore alla ThyssenKrupp” di Rosario ora suona in modo molto diverso. La madre Grazia, ascolta con ossessione la voce del figlio che esce da quel telefonino vecchio di 10 anni, in parte sciolto dal fuoco, ma ancora in grado di far rivivere gli ultimi istanti di suo figlio e di quella squadra di ragazzi pieni di progetti che nessuno vedrà mai realizzare.

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