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Ilva, una grande giornata di lotta

 

I “padroni del vapore” oltre a 4.000 esuberi esigono un “contributo” per il gruppo, la rinuncia dei lavoratori a indennità, inquadramento. Calenda non se l’è sentita di aprire il tavolo. Ma dice che sui 4000 esuberi si può discutere. Il no dei sindacati

Di Alessandro Cardulli

“I padroni del vapore”, così Ernesto Rossi chiamava i grandi capitalisti. Ha questo titolo anche un suo libro. Rossi non era un pericoloso rivoluzionario, antifascista da sempre, si deve a lui il Manifesto di Ventotene scritto insieme ad Altiero Spinelli mentre si trovava in esilio, pubblicato da  Eugenio Colorni. Oggi queste parole non le usa più nessuno. Forse sarebbe il caso di ripristinarle, visto che siamo di fronte ad un “esemplare” che richiama un passato che è ancora presente. Ed “esemplare” è anche la storia di quattordicimila lavoratori, quelli dell’Ilva che un “padrone del vapore” indiano insieme ad una “padrona” italiana che è stata presidente di Confindustria, la Marcegaglia, vuole sfruttare fino all’osso. Un ricatto intollerabile non solo perché intende cacciare più di quattromila lavoratori, tanti sono gli  “esuberi” previsti dal piano industriale per rilevare gli impianti a partire da quelli esistenti a Genova, Taranto, Novi Ligure, Racconigi, Marghera, Legnaro, Paderno Dugnano, IlvaForm di Salerno, Taranto Energia, Ilva Servizi Marittimi di Genova e Taranto. Ma perché intende lucrare, far soldi, far cassa  sulla pelle dei lavoratori, quelli, circa diecimila, che verranno riassunti. Riassunti significa che per quanto riguarda le condizioni salariali e di lavoro si riparte da zero. Maledetto jobs act, verrebbe da dire che consente ad un plurimiliardario di licenziare, riassumere partendo da zero appunto, senza indennità, perdendo l’inquadramento, circa  sei- sette mila euro in meno sul salario. Una situazione intollerabile.

Grande sciopero. A Genova, Taranto manifestazioni e tanta solidarietà

I sindacati, Fiom, Fim, Uilm, hanno risposto al piano industriale con una giornata di lotta. Grande sciopero a Genova, Taranto, Novi ligure. Manifestazioni, cortei, presidio alla Prefettura, solidarietà dei lavoratori di tutti i settori, delle due Regioni, dei Comuni, Liguria e Puglia, Genova e Taranto, dei vescovi delle due città. Uno sciopero compatto, forte. La cordata AmInvestco-Marcegaglia è guidata da Arcelor Mittal un colosso del settore acciaio, fondato dall’unione fra Arcelor e Mittal  company nel 2006. L’amministratore delegato della società è un multimiliardario indiano, Lakchimi Mittal. Fatturato 58 miliardi di dollari. Sede in Lussemburgo, patria degli evasori fiscali, quelli grandi, i colossi che contano. Società quotata in Borsa a Parigi, Amsterdam, Lussemburgo, New York, Bruxelles, Londra, 310 mila dipendenti. Ora vuole far cassa non solo licenziando più di quattromila lavoratori ma anche togliendo salario a tutti i diecimila che rientrano in fabbrica.

La presa di posizione del ministro apprezzata, solo in parte, dai sindacati

In queste condizioni il ministro Carlo Calenda non ha ritenuto di dover aprire il tavolo di trattativa come era previsto. “Abbiamo incontrato l’azienda con il vice ministro Bellanova – dichiara Calenda – e abbiamo comunicato che l’apertura del tavolo in questi termini è irricevibile”. Prosegue affermando che la posizione di Arcelor Mittal sarebbe “carente soprattutto sui livelli di stipendio su cui c’era l’impegno dell’azienda a rispettare l’attuale situazione. Bisogna ripartire dall’accordo di luglio  dove si garantivano i livelli retributivi Se no non si va avanti”. Giusto. Si tratta, diciamo, di un atto dovuto, il minimo sindacale. Senza con questo sottovalutare il gesto dei ministro, fra l’altro impegnato, si dice, a dar vita ad una lista elettorale, a sostegno del Pd, per le prossime elezioni. Ma leggendo per intero la dichiarazione si apprende che secondo il ministro “la proposta è irricevibile non tanto sugli esuberi su cui si può discutere, quanto sui livelli salariali e sugli scatti di anzianità. Non si prevedeva di ripartire ma di mantenere quelli attuali, riconoscendo  così un costo medio di circa 50 mila euro annui lordi”. Proprio per quanto riguarda gli esuberi che il ministro ha confermato Fiom, Fim, Uilm hanno espresso “parziale apprezzamento per la posizione di Calenda”.

Gli interventi dei segretari di Fiom, Fim, Uilm

Fa chiarezza e puntualizza proprio in particolare sul problema esuberi, Francesca Re David, segretaria della Fiom Cgil, affermando in una dichiarazione che “lo stop di oggi alla trattativa, deciso dal ministro Carlo Calenda, è merito degli scioperi e delle manifestazioni che i lavoratori hanno fatto questa mattina. L’impegno del governo sulla garanzia al mantenimento dei livelli retributivi dei lavoratori è importante ma non sufficiente. Noi non vogliamo nessun esubero, e devono essere tutelati anche i lavoratori dell’indotto che sono più di 7.000. Inoltre, va garantito il rispetto dell’accordo di programma per lo stabilimento di Cornigliano”. “Il governo –prosegue – ha fatto la sua parte, poiché le condizioni poste da Am InvestCo sono diverse da quelle che le hanno consentito di aggiudicarsi la gara. Ma deve essere chiaro che per noi le condizioni di lavoro e l’eliminazione degli esuberi devono viaggiare di pari passo. Tutto il piano industriale va rivisto perché non è un piano che consente un ruolo strategico alla siderurgia in questo paese. Il tema occupazione, d’altra parte, è per la Fiom prioritario. Non esiste nessuna possibilità di trattativa se sul tavolo ci sono dei licenziamenti. La mobilitazione continua, nelle prossime ore saranno convocate assemblee nei posti di lavoro e sarà varato un pacchetto di ore di sciopero”. Sulla stessa lunghezza d’onda i segretari di Fim Cisl, Bentivogli, che parla di “volontà di scontro da parte dell’azienda” e  di  Rocco Palombella, Uilm Uil che ha  richiamato anch’egli la necessità di continuare la lotta, con nuove mobilitazioni.

Landini (Cgil): Piano industriale da cambiare. Epifani (Mdp): non si gioca con salario e  diritti

Maurizio Landini, segretario confederale della Cgil, dopo aver diretto la Fiom fino a pochi mesi fa, afferma che “la sospensione del tavolo deve portare Am Investco a cambiare tutto il piano industriale, dando garanzie di investimento, e Palazzo Chigi a fare la sua parte. Di esuberi neppure a parlarne. Con l’occupazione non si scherza”. Interviene Guglielmo Epifani (Mdp), presidente della Commissione Industria della Camera: “Come era evidente con le posizioni espresse su occupazione e diritti dei lavoratori da parte del gruppo siderurgico vincitore delle procedure per l’Ilva – afferma – non si può aprire neanche il tavolo di confronto. Un paese degno di questo nome e un governo normale non possono accettare piani che contraddicano le intese e giochino coi diritti dei  lavoratori in modo irresponsabile. Così non si va da nessuna parte e tutto può essere rimesso in discussione viste le risorse e gli sforzi che il paese ha messo a disposizione per dare un futuro all’Ilva. Per l’Italia la produzione di un bene come l’acciaio è un fattore strategico per l’intera filiera manifatturiera e industriale e non è detto se non cambiano le richieste e gli atteggiamenti che non si debbano percorrere altre strade”. Da parte della delegazione dei vertici di Arcelor Mittal che si apprestano a rilevare l’azienda si mostra “sconcerto” e si dichiara che hanno bisogno di “rivolgersi agli azionisti”.

Fim, Fiom, Uilm: la mobilitazione dei lavoratori ferma la falsa partenza della trattativa

Alla luce di quanto avvenuto Fim, Fiom e Uilm – afferma il comunicato –  “ritengono che la decisione del governo di non procedere all’avvio del negoziato con Arcelor Mittal sia soprattutto la conseguenza della mobilitazione che oggi si è tenuta in molti stabilimenti Ilva, registrando una elevatissima adesione da parte dei lavoratori.

Per Fim, Fiom e Uilm, pur apprezzando parzialmente la posizione del Governo a riguardo dei livelli retributivi e di inquadramento, rimangono del tutto inaccettabili e ingiustificati i 4.000 esuberi a cui si devono aggiungere tutti quelli che fanno parte delle attività dell’indotto. Numeri a cui Fim, Fiom e Uilm non si ritengono per nulla vincolati. Fim, Fiom e Uilm ritengono assolutamente necessario attivare fin da subito incontri a livello locale con le istituzioni – Regioni e Comuni – per un coinvolgimento rispetto alle ricadute industriali e occupazionali che la vertenza potrebbe avere e nello stesso tempo ribadire gli impegni assunti tra i quali l’accordo di programma sottoscritto per la realtà di Genova.

Così come fin dai prossimi giorni Fim, Fiom e Uilm in ragione dei propositi di Arcelor Mittal e delle gravi conseguenze industriali ed occupazionali, chiederanno di calendarizzare una specifica audizione sia alla Camera che al Senato.

Alla luce di quanto accaduto, Fim, Fiom e Uilm ritengono necessario organizzare fin da subito le assemblee dei lavoratori accompagnate da iniziative di sciopero da proclamare territorialmente nei prossimi giorni per continuare la mobilitazione in tutti gli stabilimenti del gruppo Ilva.

Da jobsnews

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