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Si prenda atto atto del fallimento della politica neoliberista

 

Al solito, dopo ogni votazione, tutti hanno vinto, nessuno ha perso! I risultati elettorali devono invece diventare l’occasione per riflettere perché meno elettori vanno a votare, soprattutto a sinistra e nel centrosinistra dove continuano a gorgogliare personalismi, rifiuto di autocritica e riconoscimenti di errori nel passato. Il voto, pur nella sua parzialità territoriale, con la sua dimensione amministrativa, segnala alcune tendenze generali che se confermate nelle prossime elezioni regionali siciliane e in quelle politiche dovrebbero preoccupare seriamente sulla riconferma del centrosinistra al governo.

A conclusione dei ballottaggi constatiamo che il Pd e il Centrosinistra arretrano, il Centrodestra ritorna alla ribalta, i 5 stelle, presentatisi come movimento antisistema, nei ballottaggi votano il candidato dello schieramento più di sistema, quello di centrodestra. Per il Pd è un insuccesso ripetuto dopo il fallimento del referendum del 4 dicembre scorso e dopo le sconfitte subite nelle precedenti regionali. Non va bene nemmeno il centrosinistra unito (dal Pd all’estrema sinistra) come a Genova. Allora invece di gingillarsi dicendo “ho perso, ma non tanto”, il mondo del Centrosinistra, diviso e lacerato, può ripartire per una nuova intesa unitaria da un’analisi delle cause dell’attuale crisi economico-sociale e politica?

Se la crisi dell’economia e della società sono figlie della politiche neoliberiste dell’ultimo ventennio fatte proprie in senso conservatore dalle forze di centrodestra e in senso progressista dalle forze di centrosinistra che dai primi anni ’90 hanno espresso i Governi del Paese- da Amato a Berlusconi, da Monti a Prodi e Letta- non è venuto il momento di aprire una discussione su come uscire dal neoliberismo che ha consegnato il possesso reale dell’economia finanziaria a multinazionali indipendenti dalle politiche degli Stati nazionali e capaci di condizionare gli stessi?

Alle politiche neoliberiste sono addebitate la crescita a dismisura delle diseguaglianze a livello nazionale e tra le nazioni, l’imposizione delle politiche d’austerità che hanno reso difficile agli Stati nazionali la riduzione degli squilibri sociali con le politiche del Welfare, il ridimensionamento del ruolo dei corpi intermedi, dal sindacato all’associazionismo culturale e sociale spontaneo, considerati un ostacolo per il mercato e per una democrazia decidente, ma anche la stessa espansione delle criminalità organizzate

Teresa May, Donald Trump, Modi sono indicati quali espressioni di destra delle politiche neoliberiste votati dai disoccupati, dai ceti medi impoveriti che si allontanano per disperazione e per rabbia dalla democrazia. Se anche in Italia gli operai delle storiche cinture rosse, i disoccupati e i giovani precari votano Salvini o il centrodestra o per i grillini non riconoscendosi più nelle politiche del Pd e del centrosinistra, allora non è più procrastinabile il cambio di rotta. Prendere atto del fallimento di una politica neoliberista progressista che guarda ai diritti civili, mentre indebolisce quelli sociali e collettivi, ma non riesce a sconfiggere né i populismi né i razzismi generati dalla paura di grandi masse di non farcela perché hanno perso, grazie alla crisi, identità, lavoro e certezza di avere un futuro.

Guardiamo la Sicilia Felix dopo 5 anni di centrosinistra: la Banca d’Italia, l’Istat e altri osservatori documentano che il divario tra la Sicilia e il resto del paese è aumentato. Mentre l’Italia rispetto agli anni di pre-crisi ha un Pil di -7%, la Sicilia è al -12%. Intanto, la Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo documenta la persistenza della mafia e della sua capacità di condizionamento “di ogni settore dell’attività economica e finanziaria e di asservimento di esponenti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria e dell’intermediazione finanziaria”.

La ripresa economica c’è, ma in Sicilia è debole e non ancora diffusa in tutti i settori produttivi. Inoltre, in Sicilia si ricorre a forme flessibili di lavoro in misura più elevata che in Italia senza dimenticare i dati della povertà assoluta e di quella relativa delle famiglie siciliane o i numeri dei giovani laureati fuggiti all’estero. Allora la questione non riguarda il politicismo delle alleanze. Se c’è diseguaglianza, ingiustizia sociale, disoccupazione crescente generate dalle politiche neoliberiste, è dal rovesciamento di queste politiche che bisogna ripartire per ritrovare una vera unità di pensiero e di azione tra tutte le forze di centrosinistra. Quindi bando alla falsità che una forza di sinistra o di centrosinistra possa governare il paese assieme a forze di centrodestra. Non si tratta di essere diversamente neoliberisti progressisti o conservatori, ma di esserlo o di non esserlo, reinventando una nuova politica di sinistra fondata sulla difesa dei deboli dagli effetti della crisi, dagli operai ai disoccupati al ceto medio produttivo e professionale, dai giovani senza futuro agli anziani pensionati, ormai considerati dei privilegiati. Non aver saputo parlare ai bisognosi, al ceto medio impoverito, non averli saputo coinvolgere nelle scelte politiche con la scusa “lo vuole l’Europa” li ha sospinti nelle braccia di Grillo e del centrodestra o dell’astensionismo. Ha un significato politico la riduzione del numero dei votanti al primo turno e nei ballottaggi? È un rischio che tanti delusi dalla democrazia, oggi diventano più disponibili ad accettare un sistema istituzionale “più decidente senza tante procedure democratiche”, col pericolo di involuzione autoritaria? Allora a sinistra si smetta l’uso dell’”io” e si lavori e rifletta insieme senza personalismi o civismi d’occasione. Senza forze politiche rigenerate, che bandiscano correnti, gigli magici, che sollecitino, invece, la partecipazione attiva dei cittadini, non solo con i twitter o i referendum, ma con l’ascolto reciproco e la condivisione delle scelte, sarà impossibile correggere le distorsioni sociali prodotte da una globalizzazione senza controllo democratico degli Stati nazionali, né si comprenderanno le trasformazioni avvenute nel mondo della produzione e della rivoluzione tecnologica ideologicamente dominati dal fondamentalismo del mercato e del neoliberismo.

La prossima scadenza elettorale riguarda la Sicilia per la quale sinora la classe dirigente del Centrosinistra ha sprecato le proprie modeste capacità politiche nel ricercare il mago Merlino di turno per risolvere la sua crisi politica progettuale e i conflitti personali interni. Senza una ricomposizione politica e culturale che parta delle trasformazioni reali della Sicilia e che sappia parlare ai siciliani, il Centrosinistra, chiunque lo guidi, avrà difficoltà a farsi votare.

La Sicilia è, tra le Regioni del Sud Europa, quella più colpita dalla crisi dalla quale potrà uscire con politiche industriali che riportino i lavori produttivi sull’isola e nel Paese, con imprese che rispettino gli obblighi sociali, con il potenziamento dei servizi pubblici fondamentali, con lo smantellamento della corruzione e del sistema politico-mafioso consolidatisi con la finanziarizzazione dell’economia.

La capacità di affrontare tali questioni vitali sarà la misura della classe dirigente, speriamo rinnovata e rigenerata.

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