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Politica cerca casa

 

Come in un bel vecchio film del principe de Curtis, quello dove Totò con al fianco Ave Ninchi cercava casa a Roma. La città restava eterna e bellissima per tutti e a lui e alla sua famiglia venivano proposti abituri in periferie disastrate, per giunta a prezzi carissimi. Insomma cose e ricerche che guardano nel posto sbagliato e parlano a interlocutori sbagliati.

Oggi, allo stesso modo, c’è una politica che cerca casa e una casa piena di gente che, un po’ ovunque, aspetta un ritorno del tempo delle scelte politiche. La sindaca di Torino, la signora Appendino, famiglia bene della Crocetta alle spalle, endorsements stile Subalpino – appena sussurrati e solo a tempo debito – fece volare tanti voti dalla sinistra alle stelle, cinque per capirci. Oggi però la signora Appendino è in caduta libera nei sondaggi. Piaceva il suo viso bello e aperto, il suo sorriso, gli occhi chiari come il suo nome, nulla a che vedere con il vecchio sindaco, rinsecchito e spigoloso da tutta una lunga vita politica. Però quell’ossuto ex comunista, magari anche senza ex, il suo lavoro lo conosceva. Alle spalle anni come funzionario di partito, del vecchio PCI, l’ho conosciuto nei primi anni ‘80, lui sui banchi di Palazzo Civico io, 23 anni, uno dei più giovani tra i cronisti di “bianca” sotto il loggione della Sala Rossa.

Si sapeva già che avrebbe fatto strada quello spilungone ossuto, addirittura già si immaginava sarebbe arrivato alla segreteria del partito, ma ministro no, erano anni di pentapartito, con il muro ancora dritto e la sinistra non fantasticava. Ha fatto entrambe le cose e rischiato anche il Colle più alto. Antipatico? Sempre stato, per carità. Sfidante, a volte anche troppo ironico? Specialità della casa che comunque veniva meglio al collega e capogruppo PCI Domenico Carpanini, quello che morì durante il primo comizio della campagna elettorale che l’avrebbe portato sicuramente alla guida della città. Dopo la sua morte si aprirono le porte del ritorno a casa dell’onorevole Sergio Chiamparino. Diventò sindaco, artefice della trasformazione della città per le Olimpiadi invernali, artefice anche di un indebitamento mai visto prima, e comunque oggi presidente della Regione Piemonte. Questa mini storia per dire come un partito che non riscuoteva la mia adesione elettorale, ma guardavo con molto rispetto, sapesse formare classi dirigenti vere e longeve. In piazza San Carlo c’è stata una vittima (colgo l’occasione per dire che quando ne scrissi su Articolo 21 dissi che nessuno era morto ed era vero: si sperava che la signora Erika si salvasse) 1.500 e più feriti. Come avrebbero operato, in questi tempi di psicosi da terrore, Chiamparino e Fassino? “Chiampa” come lo chiamano i piemontesi, non sarebbe stato a Cardiff, un po’ perché convintamente granata, un po’ perché al partito gli hanno insegnato che una piazza piena va sorvegliata bene da un bravo primo cittadino. Fassino non sarebbe andato a Cardiff sebbene tifoso bianconero, perché “prima il dovere, poi…”.

Avrebbero fatto diversa prevenzione in quella piazza soffocante? Credo proprio di sì, abituati a gestire manifestazioni sindacali, politiche, cortei caldi, avrebbero messo in campo l’abc del sindaco scritto tra le pagine del manuale della scuola di partito delle Frattocchie, dove si formavano i dirigenti politici del PCI. Avrebbero lavorato con Questore e Prefetto, stimolandoli meglio al loro compito, sarebbero stati consci che una festa è tale ed è peggio quando l’esito delude; ci sono regole da rispettare, codificate, insegnate, imparate. Dopo il caos e i feriti non avrebbero blindato la città per la festa del santo patrono come fosse stata scelta quale residenza segreta da Al Baghdadi in persona. Non avrebbero lanciato cariche in zona Vanchiglia, dove anche la movida delle torride e umidi notti torinesi, cerca casa. Avrebbero consigliato a Pretore e Questore di evitare atti muscolari su pericolosi sospetti armati di una caipirinha o di un mohjto. Avrebbero saputo insegnare che quando si sbaglia si chiede scusa, non si fotocopiano gli errori. Quella politica, spero, cerchi ancora casa, pubblico, attenzione ed elettorato. In  tanti cercano  amministratori preparati, che non abbiano alle spalle vite da palcoscenico o siano frutto di operazioni di marketing elettorale. Amministratori con alle spalle una buona selezione, come una volta facevano i partiti, quelli di cui oggi restano alcuni presentabili simulacri. Soprattutto quei partiti dove, e questa non si può perdonare, quando il vento dell’uomo qualunque è tornato a spazzare il nostro Paese in tanti devono aver pensato: “ecco la chiave, il linguaggio, il modo per prendere voti: non essere più noi stessi”. Si racconta che una volta Ennio Flaiano passando davanti ai bar affollati di gente qualunque travestita da pseudo intellettuali in piazza del Popolo a Roma disse a un amico: “Li vedi? Quelli pensano di essere noi…”

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