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Giulio Regeni. L’unica verità

 

È stata la verità la protagonista della XIV edizione de “I nostri Angeli”, la serata conclusiva del Premio giornalistico internazionale Marco Luchetta che ha avuto luogo giovedì 22 giugno a Trieste (la serata è stata ripresa da Raiuno, che la manderà in onda il 7 luglio)

La #veritapergiulioregeni che non smetteremo di chiedere e che anche ieri sera è stata invocata sul palco del Rossetti da Paola Deffendi Regeni, mamma di Giulio, e da Alessandra Ballerini, legale della famiglia, assieme a Daniela Luchetta, presidente della Fondazione istitutrice del premio, che già lo scorso anno, a pochi mesi dalla barbara uccisione dello studente friulano, aveva assegnato alla famiglia il Premio speciale Luchetta 2016. «Prometto che non vi abbandoneremo» ha detto in apertura di serata Giovanni Marzini, segretario di giuria del Premio. La signora Regeni ha auspicato un giornalismo etico: «un giornalismo che vuole certamente indagare, approfondire, comprendere, creare connessioni, ma senza pregiudicare il lavoro che stiamo portando avanti solo per scrivere due paginette».

Un giornalismo, quello auspicato dalla famiglia Regeni, rispettoso delle persone, a servizio delle persone, in particolare di quelle più fragili, come quello praticato dai colleghi selezionati per questa manifestazione: reporter che ogni giorno mettono a rischio la propria vita per farci conoscere la verità sulle migrazioni, le guerre, le carestie, i tanti muri che imprigionano intere popolazioni. Come Valerio Cataldi di Rai Tg2 Dossier, che ha raccontato la rotta dei Balcani con gli occhi di Aziz, un bambino di 8 anni, respinto per cinque volte assieme a suo padre alle frontiere ungheresi, che ora è riuscito a raggiungere Parigi e che altrimenti sarebbe rimasto invisibile come migliaia di altre persone. Come Laura Silvia Battaglia di Left Magazine, che ha fatto luce sui rischi quotidiani che corrono i bambini yemeniti. Come Lyse Doucet di BBC News, che ha dato voce alla speranza di Bara’aa, una bambina siriana che desiderava tanto andare a scuola. Come Tom Parry, che sul Daily Mirror ha reso omaggio alla piccola Hamdi, una bimba somala morta di fame. Come Khalil Ashawi, che bloccato in Turchia a causa di un visto che non arriva non ha potuto essere presente, ma ha detto molto lo scatto, pubblicato sull’Huffington Post, con cui ha vinto il premio per la miglior fotografia, quella di una ragazza siriana con una gamba amputata che controlla il cellulare nel campo rifugiati di Bab Al-Salam, a nord di Aleppo: la normalità della guerra.

Ma c’è una verità da raccontare anche sui rifugiati che vengono in Europa per scappare dalla persecuzione e dalla violenza, che non sono tutti criminali o calcolatori come certa propaganda politica vorrebbe farci credere. E che possono tentare questo viaggio della speranza senza rischiare di morire come accaduto in mare a oltre 5000 persone solo nel 2016. Sono quelli che arrivano attraverso “Mediterranean Hope”, il progetto “Corridoi umanitari: l’accoglienza oltre l’emergenza”, avviato con Protocollo d’Intesa dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche e la Tavola Valdese. «Un sogno» ha detto la presidente della Fondazione Luchetta «quello che stasera abbiamo scelto di illuminare con il Premio Speciale 2017, che può e deve diventare realtà e può rappresentare un modello per tutti i Paesi europei». È un’iniziativa, replicabile in tutti gli Stati dell’area Schengen, totalmente autofinanziata, che ha già portato in Italia oltre 800 persone, prevalentemente siriani, selezionate in base al criterio della vulnerabilità.

Perché la verità è una sola: siamo tutte persone e l’unica cosa che dobbiamo decidere, come ha ricordato consegnando il premio Unicef all’agenzia Ansa il portavoce Andrea Iacomini, è da che parte stare, se con gli umani o con i disumani.

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