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Renzi: lezioni di arroganza. Il ritorno dei voucher.

 

Rosato e ministri Pd: affari di Gentiloni. La Cgil, battaglia a tutto campo. Gaffe di Franceschini, fake news dei media. Repubblica elogia Boccia e Calenda. Dimissioni di Dall’Orto

Di Alessandro Cardulli

Renzi ha dato lezione ai suoi. L’arroganza è il suo credo e lo ha inculcato nella mente e nel cuore, ammesso che ne siano in possesso, a quelli del suo “giglio magico”. È il potere che comanda, i sudditi devono obbedire, la democrazia è un optional, è  una piramide. Fra i “sudditi” per Renzi Matteo ci sono i giornalisti, gli scriba, considerati men che meno, addomesticabili, basta una parolina con qualche editore e il gioco è fatto. Chi non si adegua paga un prezzo molto alto, esce fuori dai circuiti che contano, può solo fare il bastian contrario, qualche voce dissenziente fa sempre comodo in un mare televisivo che segna calma piatta, mai un’onda. E quando non mi fai più comodo io, il potere, ti distruggo. Leggi vicenda Rai con le dimissioni presentate da Antonio Campo Dall’Orto nelle mani del ministro Padoan, azionista della Rai. Renzi Matteo lo aveva presentato come il “meglio” possibile per risollevare l’azienda, a lui tutti i poteri. Forse non è stato capace di accontentare in tutto e per tutto il capo, allora via, scatta la manovra a tanaglia dei consiglieri renziani, anche se qualcuno fa finta di difendere il manager. Colpirne uno per educarne cento, lo slogan che si dice coniato da Mao Tse Tung, rilanciato dai terroristi, diventa oro colato per i renziadi.

Proprio in questi giorni i primi a  fare tesoro dei “consigli” di Renzi sono gli uomini del potere più vicini a lui, le cui gesta riempiono le cronache dei giornali, occupano gli schermi televisivi. Le “fake news”, le notizie false di cui tanto si discute, sono sotto gli occhi di tutti. La prima, la più grave, riguarda i voucher. Protagonista il capogruppo del Pd, quel tal Rosato, autore del Rosatellum, la legge elettorale in discussione alla Commissione Affari costituzionali. È lui che ha presentato l’emendamento alla “manovrina” per reintrodurre i voucher. Lo ha fatto con il pieno consenso del Pd, del segretario, dei ministri. Ora vista la reazione fortissima della Cgil, l’opposizione netta di Articolo1-Mdp, il rischio che il governo non abbia la maggioranza sulla fiducia già annunciata. Vista la mala parata si rifugia nell’arroganza: “Assurdo – dice – che il Pd metta in difficoltà Gentiloni. Noi difendiamo il nostro premier e abbiamo concordato la linea da seguire”. Poi, appunto l’arroganza, concede un “Siamo pronti, tuttavia a ritirarlo se il governo lo vuole”.

Camusso: Con la Carta dei diritti le proposte Cgil sui lavori occasionali

E i ministri, a partire dalla Finocchiaro, dicono subito che “l’emendamento  è in linea con il governo”. Il ministro Poletti concorda e afferma: “se la veda il Parlamento”, quasi che lui ministro del Lavoro non avesse alcuna responsabilità. In realtà sono tutti  avvertimenti a Paolo Gentiloni e anche al presidente della  Repubblica cui la Cgil ha affermato di essere pronta a chiedere un intervento. Sui voucher la Cgil ha sostenuto una battaglia a viso aperto, una battaglia pubblica, dicendo chiaramente quali erano le sue motivazioni e assumendosene la responsabilità. Non mi pare che attualmente ci troviamo in un contesto che ha le stesse caratteristiche”. Così Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, nella  conferenza stampa tenuta oggi mentre erano già in corso in tutto il Paese manifestazioni di protesta di cui diamo notizia in altra parte del giornale. Camusso ha ricordato che per quanto riguarda i lavori occasionali, la Cgil con la Carta dei dritti universali del Lavoro ha avanzato, sottoscritta da  più di un milione di firme, una proposta di legge popolare che giace in Parlamento.

La farsa del ministro dei Beni Culturali, il Tar e i direttori dei Musei

Ha imparato bene la lezione renziana anche il ministro per i Beni culturali,  Dario Franceschini il quale, facendo da spalla, come accadeva nel vecchio avanspettacolo, al Renzi Matteo, spara a zero contro il Tar reo di aver emesso una sentenza che annulla cinque nomine di direttori di museo. Il segretario del Pd ha minacciato di eliminare, di fatto, questo organismo,“ci siamo dimenticati di riformarlo”,  eliminarlo di fatto, ha detto minacciando fuoco e fiamme. Il ministro è stato più soft, ha allargato le braccia ed ha detto“che figuraccia abbiamo fatto nel mondo”, riferendosi al fatto che sarebbero stati bocciati i direttori venuti da altri paesi europei. I media si sono buttati  a tuffo. Hanno dato“fake news”perché i direttori non italiani erano solo due, per quanto riguarda gli altri tre si trattava di gravi irregolarità nello svolgimento dei concorsi. Ma agli scriba interessava solo mettere in luce il“nazionalismo”del Tar, la grettezza dei giudici amministrativi. Si sono mobilitate“penne prestigiose”quelle che i giornali metto in mostra nelle grandi occasioni. Repubblica ha fatto da apripista, come al solito. Si è fatto finta di dimenticare che la legge italiana non prevede che incarichi dirigenziali in enti pubblici possono essere affidati a personalità di altri Paesi, anche se europei. Qualcuno, sprovveduto anche se“penna nobile”ha richiamato il British museum dove è possibile una dirigenza straniera, ma si dimentica di dire che si tratta di un ente privato. La responsabilità della“brutta figura non è  del Tar. Come ha detto l’Associazione dei magistrati amministrativi  si cambi la legge, non il Tar. La responsabilità è tutta del ministro Franceschini e dei suoi uffici. Il bando è sbagliato, segnato da incompetenza. Già che ci siamo sarebbe interessante se il ministro rendesse noti gli stipendi dei direttori di museo, anche le spese sostenute dagli apparati, collaboratori compresi, rimborsi spese e gettoni di presenza, ove vi fossero,per partecipazioni a dibattiti, convegni.

Presidente Confindustria e ministro per lo sviluppo, elogi di  Repubblica

Già che ci siamo, a proposito di“penne”che contano registriamo, diciamo con qualche meraviglia, la scesa in campo su La Repubblica di Massimo Giannini. Mentre Eugenio Scalfari, negli editoriali domenicali è più renziano di Renzi, Giannini, sempre molto rigoroso nei suoi giudizi sulle  problematiche economiche, scende in campo con elogi sperticati nei confronti del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia e del ministro Carlo Calenda. Scrive che“insieme prefigurano un Patto di scopo radicalmente alternativo (maggioritario, elezioni nel 2018, governi omogenei). Boccia, scrive, fa un’analisi perfetta in ogni sua parte. Dà a Confindustria il ruolo che le spetta: “un corpo intermedio dello Stato, soggetto politico ma equidistante dai partiti”.  E di Calenda dice che “parla da premier di un governo che non c’è e da leader di un partito che non ha. Non c’è un solo passaggio del suo intervento che non risuoni come alternativa al Renzi e al renzismo” Poi, ci mancava, parla del “mito Macron”. Non vogliamo“gufare”ma a Giannini facciamo presente che sia Boccia che Calenda alla timida mossa della Commissione europea che chiede all’Italia di far pagare ai ricconi la tassa sulla prima casa eliminata dal governo di Renzi Matteo hanno detto un“ no secco” così come hanno fatto Padoan e il segretario del Pd. Rifletta il Giannini.

Da jobsnews

 

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