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Renzi e i suoi cari

 

“Mai preso soldi, è un evidente caso di abuso di cognome”, così sì è difeso, davanti ai pm di Roma, Tiziano Renzi, indagato per traffico di influenze nell’inchiesta sugli appalti Consip. Abuso da parte di chi? Già, perché potrebbe essere stato lui, babbo Renzi, ad abusare dell’ “altissima posizione” del figlio, capo del governo, per trarne vantaggio personale. Questa almeno è l’ipotesi formulata dai procuratori. “Se mio padre è davvero colpevole deve essere condannato con una pena doppia”, ha poi risposto alla Gruber l’ex premier nella trasmissione “otto e mezzo” di venerdì. Non mi addentrerò nell’analisi di questa frase infelice e tanto meno nello scambio di invettive che ne è seguito con Grillo. So bene che bisognerebbe sempre tener separate, non solo distinte, le questioni private e familiari da quelle di pubblico interesse. Ma è un fatto che, come commentava ieri Roberto Speranza, “esiste un tema di opportunità politica: la concentrazione enorme del potere in una ventina di chilometri” .

C’è una risposta che Matteo Renzi deve dare a se stesso, ha osservato Ezio Mauro nel suo editoriale di sabato scorso. “Dove lo ha portato quel sistema fondato sugli amici degli amici, asfittico e famelico?” Domanda appropriata, anche se fa una certa impressione leggere quella severa requisitoria su un giornale come Repubblica, che  alla fondazione del potere renziano – lo ricordate, vero? – collaborò a suo tempo con un generoso sostegno mediatico. Mentre altri, certo meno informati di Mauro e dei suoi colleghi editorialisti di grandi testate, venivano rimproverati di “gufare” sui tanti festosi annunci de #lavoltabuona. E sulla storia pregressa di quel “giglio magico” (o “nero”) qualche giornalista, come Davide Vecchi, aveva scritto un libro.

“Familismo amorale”. Il primo ad usare questa definizione è stato Edward C. Banfield, in un saggio del 1958, intitolato “Le basi morali di una società arretrata”, risultato di una ricerca sociologica in un paesino della Lucania. Il familismo amorale si manifesta in tutte quelle situazioni in cui gli interessi e i valori della famiglia (intesa in senso largo) sono considerati non solo assolutamente prioritari ma anche in contrasto con quelli della società più ampia. A trovarne tracce evidenti nel contado toscano è però un noto analista politico, Michele Prospero, che insegna filosofia del diritto all’università “La Sapienza” di Roma. “Il familismo amorale della provincia toscana – ha scritto Prospero –  ha cementato un patto di ferro per il potere e il denaro che riguarda padri e figli. E amici. Favori, scambi, nomine, scalate politiche di un gruppo di sodali. Con la mediazione di cerimonieri di ieri. E con le ombre di potenze occulte di sempre. Le stesse forze nascoste che hanno tramato nella prima repubblica suggeriscono, incontrano, manovrano nei meandri del potere di oggi”.

Una cinquantina di chilometri separano Rignano sull’Arno dalla famosa villa di Gelli a Castiglion Fibocchi, dove come è noto il 17 marzo del 1981 avvenne la perquisizione che portò alla scoperta della P2 e di una lunga lista di alti ufficiali delle forze armate, funzionari pubblici, dirigenti dei servizi segreti, parlamentari, industriali, giornalisti e personaggi facoltosi come il più volte Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (a quel tempo non ancora in politica), Vittorio Emanuele di Savoia, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Costanzo. E’ noto anche che vi sono molti elementi, a partire dalla numerazione, che lasciano ritenere che la lista ritrovata non  fosse completa.

Chiara Saraceno, altra illustre sociologa, ha scritto che un “forte affidamento alla solidarietà famigliare sembra legittimare, agli occhi di chi lo fa, ma anche di chi collabora o osserva, ogni uso disinvolto di risorse pubbliche e private, ogni forma di nepotismo ed anche di uso delle proprie relazioni famigliari per trarre benefici per sé. Salvo scandalizzarsi quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco”. Ecco perché quello che chiamiamo  renzismo e che per questo aspetto richiama  purtroppo un’antica debolezza del costume italiano, non riguarda particolarmente l’ex presidente del consiglio.

Un noto studioso di storia italiana  Paul Ginzborg, di Libertà e Giustizia, ha in proposito ricordato quando, nel novembre 1986, Bettino Craxi, allora presidente del consiglio, si recò in visita a Pechino.Il suo seguito di familiari, parenti, amici e conoscenti ammontava a cinquantadue persone, tra cui il figlio Bobo con fidanzata, la figlia Stefania, la compagna di Claudio Martelli e il fotografo privato di Craxi. C’era anche come ministro degli esteri Giulio Andreotti, che con la ben nota ironia commentò “Sono qui in Cina con Craxi e i suoi cari”. “Quando lo Stato manca di radici solide e di valori universalistici, concludeva Ginzborg, e quando il vincolo familiare è forte come lo  è in Italia, esiste sempre il rischio che il familismo infetti la sfera pubblica oltre che quella privata”.

*Fonte: Nandocan

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