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Migranti climatici, urge una protezione giuridica internazionale

 

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Atle Solberg pubblicato su openDemocracy

Atle Solberg opera presso la Platform on Disaster Displacement [Piattaforma per le migrazioni dovute ai disastri ambientali, NdT]. L’obiettivo di quest’organismo è quello di monitorare il lavoro intrapreso dalla collegata Nansen Initiative, e di attuarne le raccomandazioni raccolte nell’Agenda di Protezione – uno strumento utile a prevenire e predisporsi meglio a migrazioni forzate o a eventuali necessità di trovare rifugio, all’interno del proprio Paese o oltre i confini.

Cameron Thibos (openDemocracy): Che cosa si intende per migrazione forzata dovuta al cambiamento climatico e ai disastri ambientali? E in che modo questi individui si distinguono dalle altre tipologie di migranti forzati? 

Atle: Nell’ambito dei negoziati sui cambiamenti climatici si sono descritti tre tipi di mobilità umana che possono essere causati o collegati al cambiamento climatico. Il primo è la migrazione, che è per lo più volontaria. Ma ci sono altri esempi di spostamento che sono per lo più forzati. E infine ci sono i trasferimenti pianificati.

Questo è un modo di vedere la questione. Altrimenti, possiamo parlare di migrazione dovuta ai disastri ambientali per riferirci a quelle persone che sono costrette a fuggire in seguito ai disastri causati dalle calamità naturali: quest’ultime possono essere uragani o tempeste tropicali, ma anche la lenta insorgenza di eventi come l’innalzamento del livello del mare o la desertificazione. In ogni caso, quando ci riferiamo alle catastrofi, intendiamo solo quelle legate a calamità geofisiche, metrologiche o meteorologiche e non quelle che avvengono per opera dell’uomo, o dei conflitti.

Cameron: In che modo la necessità di protezione differisce tra chi è costretto a lasciare la propria terra in seguito a disastri naturali o al cambiamento climatico rispetto agli altri tipi di migranti forzati – come ad esempio i rifugiati di guerra? 

Atle: In generale, chiunque sia costretto a lasciare il proprio Paese dovrebbe avere di norma accesso agli strumenti specifici e immediati di protezione legati al proprio spostamento. In generale questi sono gli stessi, e in tal senso non vi è alcuna differenza tra le due categorie. Inoltre, le persone costrette a lasciare la propria patria verranno molto spesso separate dalla famiglia, e potrebbero aver perso la propria casa o gli effetti personali. Potrebbero essere anche individui feriti che hanno bisogno di cure mediche.

Nei trasferimenti forzati esistono alcune categorie di persone che sono più vulnerabili di altre, come le donne e i bambini, ma anche coloro che non sarebbero in grado di tornare alla propria terra perché l’abitazione è stata distrutta o risulterebbe troppo pericoloso farlo. Dunque non è detto che gli strumenti di protezione siano molto diversi. Potrebbero anzi essere molto simili, indipendentemente dal fatto che si sia costretti a migrare a causa di qualche scontro armato collegato a conflitti, o in seguito a un terremoto o ancora per evitare un pericolo… Continua su vociglobali

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