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L’accoglienza diffusa la soluzione?

 

Gli assembramenti umani dei grandi centri non hanno portato risultati positivi, la prospettiva dell’accoglienza diffusa sembra procedere nella direzione di una soluzione strutturale

Il 2 gennaio nel centro di prima accoglienza di Conetta, provincia di Venezia, una 25enne ivoriana è morta a seguito di una trombo-embolia polmonare. Al decesso sono seguiti disordini, quando i richiedenti del centro si sono barricati dentro bloccando all’interno di alcune strutture 25 operatori.  Le indagini per accertare le responsabilità sono ancora in corso. L’episodio, tuttavia, pone nuovamente in evidenza il problema di gestione dell’accoglienza.

Eppure la soluzione sarebbe a portata di mano: l’accoglienza diffusa. La sua efficacia consiste innanzitutto nel non concentrare in un unico spazio centinaia di persone ma nel suddividerle sul territorio italiano agevolandone l’inclusione e l’integrazione.

«I piccoli numeri diffusi sul territorio consentono di realizzare un’accoglienza migliore per chi arriva, evitando lo scaturire di paura e tensioni» è quanto afferma Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci per l’immigrazione.

In merito a Conetta, chiarisce Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare, «in quel centro avrebbero dovuto esserci 540 persone, ce n’erano invece 1500». Le condizioni di polveriera non giustificano l’azione dei richiedenti asilo ma probabilmente aggiungono dei tasselli alla loro esasperazione.

Le buone pratiche dell’accoglienza diffusa sono un’alternativa necessaria e possibile: «Abbiamo visitato centri lontani dalle città che tuttavia sono attorniati da servizi essenziali, quindi non isolati, perché è questo che porta il disagio», ribadisce la Guido.

Lo Sprar (sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) è quindi parte della soluzione, poiché realizza un sistema che punta sui Comuni e sulle realtà locali. Promuovendo la rete Sprar sottolinea la Guido «si darebbe lavoro anche a molti italiani e non daremmo soldi a realtà che risultano poi essere invischiate con inchieste come quella di Mafia Capitale».

Il sistema dell’accoglienza diffusa «fa riferimento al modello toscano, contesti come Prato, Firenze e Pisa sono positivi poiché consentono di lavorare in maniera meticolosa e professionale, realizzando una piena inclusione» sottolinea Biffoni.

Stando ai dati presentati dalla Fondazione Leone Moressa, alla fine del 2016 i migranti accolti in Italia sono stati 175 mila. Di questi, solo il 14% presso centri Sprar, gestiti direttamente dai Comuni. Il restante 86% alloggia in strutture di emergenza. In particolare tra i 118 comuni capoluogo di provincia, 80 hanno un centro Sprar e 12 hanno un indice d’accoglienza superiore a 1 migrante ogni mille abitanti. Di questi, solo Agrigento supera la soglia del 2,5. Nella graduatoria, tra i primi 12 compaiono ben 7 comuni del Sud: quattro siciliani (oltre ad Agrigento, Trapani, Siracusa e Ragusa), due calabresi (Crotone e Vibo Valentia) e uno in Basilicata (Matera).

A Chiesanuova, poco lontano da Torino, i suoi 221 abitanti ospitano 25 rifugiati scongiurando così la chiusura della piccola scuola locale. In provincia di Reggio Calabria c’è poi Camini dove convivono 800 abitanti con 118 migranti.

Ecco allora che il presepe vivente che coinvolge i richiedenti asilo a Zavattarello, o la coltivazione dell’orto per venderne poi i prodotti alla Coldiretti di San Giuliano Terme, diventano strumenti di d’inclusione e buone pratiche esistenti e replicabili. Basti pensare che Riace, conosciuta per la gestione virtuosa dell’accoglienza da parte del primo cittadino lucano, si è ripopolata grazie a richiedenti asilo e rifugiati.

Tuttavia, Francesco Di Pietro dell’Asgi pone un ulteriore distinguo anche nel modello dell’accoglienza diffusa: «Molto dipende anche da quanto sia o meno isolato il luogo nel quale vengono inseriti i richiedenti. Elemento di criticità più che il numero è il dove. Conetta era ad esempio una zona isolata. L’accoglienza diffusa ha senso solo se il progetto è finalizzato alla reale inclusione, anche territoriale, del richiedente stesso».

I grandi centri di accoglienza, numeri alti abbassano gli standard qualitativi

Dove si cela allora il problema? Negli assembramenti dei grandi centri di accoglienza. In quel caso, afferma la Guido «ti senti merce di scambio». Prendendo ad esempio il caso di Conetta, la Guido ribadisce come, all’indomani della morte di Sandrine «si sia scoperto che la cooperativa che gestiva il centro era conosciuta come l’asso pigliatutto dell’accoglienza. Inoltre aveva iniziato a occuparsi del settore solo dal 2014, prima, dalla sua nascita nel 2011, aveva lavorato sui rifiuti urbani».

Le grandi concentrazioni creano maggiori problemi: «È più facile che si determinino tensioni, soprattutto se metti insieme etnie diverse, percorsi diversi e grandi numeri. Gestisci peggio il tutto» sottolinea Biffoni.

L’eccessiva facilità di entrare in contatto con la criminalità organizzata è uno dei grandi problemi dei centri più strutturati, sottolinea Francesco di Pietro: «Molti di loro debbono pagare il debito che hanno contratto per arrivare qui. Spesso non avendo possibilità di lavorare perché senza documenti, si danno allo spaccio o alla prostituzione. In questo caso il piccolo centro può aiutare, poiché conferisce maggiore tutela. Il grande centro mira invece a una inevitabile gestione aziendale che crea distanze e problemi».

L’auspicato passaggio da un approccio emergenziale a uno strutturale di fatto non si è ancora realizzato: «Varrebbe la pena fare un tavolo di discussione, sono anni che parliamo di questi temi e ancora sono tante le domande insolute: dov’è la prefettura che monitora i centri? Perché non c’è una commissione super partes che verifichi le condizioni all’interno dei centri?» conclude la Guido.

E se la risposta può ritrovarsi nell’adesione maggiore all’accoglienza diffusa, restano da capire tutte le ragioni del mancato ricorso a essa su larga scala.

Da cartadiroma

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