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Rai, il tempo è scaduto

 

L’esclusiva sul “Piano segreto per salvare la Rai”, l’articolo di Riccardo Bocca in copertina all’edizione dell’Espresso di domenica 27 novembre, avrà fatto sgranare gli occhi a quanti, nelle scorse settimane, avevano sollecitato maggiore attenzione alle manovre attorno al rinnovo della concessione ed alla conseguente riforma del servizio pubblico. Come ha già avuto modo di osservare su queste pagine Andrea Melodia, il piano consiste in un “work in progress” di 60 fogli A4 circoscritto al solo piano editoriale per l’informazione Rai; una serie di proposte sviluppate da Carlo Verdelli, direttore editoriale della Rai per l’offerta informativa e recapitate al DG Dall’Orto. Misure, per altro, “svincolate dal piano industriale”. Sia quel che sia, i rilievi di Verdelli hanno portano sotto ai riflettori uno scenario di arretratezze a cui solo chi indaga le farraginosità del Servizio Pubblico poteva dirsi familiare.

“L’informazione Rai non cambia da decenni” osserva Verdelli. “E’ divisa in compartimenti stagni che non comunicato tra di loro, sia a livello di testate (il Servizio Pubblico ne dispone di 10) che di reti. Rainews ha 17 anni e non è mai decollata. Dal 2011 tutte le edizioni dei Tg, eccetto quella serale del Tg1, hanno perduto ascolti”.

Sin dal 2009 l’Osservatorio Quotidiano dei Tg ha offerto un’analisi che in larga parte coincide con quella di Verdelli, che forse è persino più impietosa. Si potrebbe inoltre osservare che di informazione nei canali lineari Rai ce ne sia, forse, troppa: nel 2015 il 27,6% della programmazione delle tre reti generaliste (circa 18 ore), veniva dedicato in media alle edizioni dei Tg (35 news lunghe, più flash e programmazione notturna); per riflesso, la BBC vi dedicava appena un ottavo (il 12,4%) della programmazione delle sue 4 reti. Le osservazioni del direttore editoriale non restano però circoscritte alle testate nazionali, e chiamano in causa anche realtà poco frequentate dal dibattito politico-mediatico: gli “scarsi contributi” che i Tg regionali offrono, in termini di qualità e frequenza, alle edizioni nazionali, l’alta età media (51 anni) dei 1.700 giornalisti Rai e, sul web, il “baratro imbarazzante ed editorialmente insostenibile” tra il comparto delle notizie online della Rai e quello quelle principali, in un rapporto con Repubblica di 3.5 milioni di contatti a 230 mila (15 ad 1).

E’ sul “colmare questo baratro”, giudicato da Verdelli “La più cruciale scommessa editoriale di questa gestione”, che va a nostro avviso rivolta la maggiore attenzione. Il futuro del consumo della rete nel nostro paese, in cui oltre 86% della popolazione (42 milioni circa) si connetta quotidianamente “con qualunque strumento”, vede ormai lo smarthphone ed il computer casalingo come strumenti intercambiabili, mentre la colonizzazione del web da parte della Rai resta, per molti aspetti, relegata ai podcast ed ai servizi on-demand.
Sin qui la pars destruens, non reticente e sin troppo impietosa. Vediamo ora alcune delle principali proposte avanzate da Verdelli.

L’innovazione più radicale sono gli accorpamenti di diverse redazioni, e in particolare di Rainews24 e Tgr. L’obiettivo  evidente è la creazione di una poderosa newsroom, quali esistono negli altri servizi pubblici europei, capace di dettare l’agenda informativa e di valorizzazione le notizie dal territorio. E’ un progetto ambizioso e ragionevole, già presente nel piano RizzoNervo/Gubitosi che l’attuale consiglio e management aveva, forse avventatamente, accantonato. A motivare quell’accantonamento, tra i primi rilevanti atti della gestione Campo Dall’Orto, si era detto che il progetto poteva essere più ambizioso. Perché infatti fare due newsroom (l’altra era l’accorpamento TG1-TG2) anziché una sola? E perché non operare intanto da subito un maggior coordinamento editoriale delle finestre informative con i nuovi formati editoriali assegnati a Rai 2 e Rai 3? A questa seconda domanda sembravano rispondere le nomine estive del TG2 e TG3, avvicendando direttori custodi di una formula editoriale consolidata, con direttori più agili nel coordinarsi con i nuovi direttori di Rai 2 e Rai 3. In effetti ogni canale lineare sempre più deve caratterizzarsi con un progetto editoriale distinguibile e non per l’avvicendarsi di finestre pensate separatamente. Ma sinora è difficile giudicare il risultato di questa riprogettazione per canale proprio in assenza di un piano complessivo dell’informazione.

Non meno importante è la proposta di creare una nuova testata online, RAI24, sotto cui possano confluire Televideo ed il sito di Rainews. Qui intuiamo e condividiamo la volontà di colmare quel baratro di cui parla Verdelli, collegandosi al buon lavoro che sta fa facendo Giampaolo Tagliavia sull’offerta complessiva online della Rai. Ma viene da chiedersi: non riproduciamo in questa maniera la seconda newsroom che si voleva evitare? E non dovrebbe invece essere proprio la nuova testata online RAI24 la newsroom unica, che assorba anche Rainews e Tgr, costringendole a lavorare digital first, e offrendo a TG1, TG2 e TG3 (e alla nuova allnews in inglese) materiale per quantità, qualità e indipendenza ineguagliabile in italia e competitivo con quello internazionale? Sta poi ovviamente alle singole testate il lavoro di riorganizzare questo materiale, ricostruendo gerarchie e contesto, per renderlo coerente con i canali lineari nei quali è inserito, canali che non sono giustamente più distinti sulla base di un pluralismo politico.

Meno rilevante ci appare la proposta di spostare la direzione del Tg2 a Milano, un evergreen che regolarmente suscita levate di scudi. Da un lato il trasloco sarebbe coerente con la nuova missione di una Rai 2 che tenta di essere più vicina alle grandi trasformazioni dell’industria dei format e della serialità; dall’altra occorre considerare le preoccupazioni di  Melodia che teme che questo trasloco “favorirebbe la competitività interna” facilitando una “frammentazione e radicalizzazione delle opinioni”. Ma è evidente che la migliore risposta a queste preoccupazioni risiede nella forza e autorevolezza della newsroom digital first, che è il vero motore del progetto.

E ora? La fuga di notizie non aiuta. Cambiare è sempre difficile, in qualsiasi azienda, figuriamoci in Rai; spostare persone aumenta le difficoltà e le resistenze. Il quadro politico promette tempesta e scatena appetiti. Per questo pensiamo che l’attuale management abbia fatto un errore tattico nell’accantonare il piano RizzoNervo/Gubitosi, dal quale poteva invece partire per poi arrivare alla necessaria newsroom unica e per ridare un senso alla distinzione tra le testate inserite nei canali lineari.   Pensiamo lo stesso del piano Verdelli/Campo Dall’Orto. Cestinarlo significherebbe la seconda vittoria in un anno dei conservatori, la dimostrazione che vinceranno sempre, solo invocando ben’altre riforme necessarie. Approvarlo indirizzandolo verso ulteriori necessari sviluppi è l’unico modo ormai per ridare un senso all’informazione della Rai, che un senso altrimenti non ce l’ha e non l’avrà in futuro, perché il tempo è scaduto.

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