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Grazie Pif

 

Non bisogna farsi ingannare dal tocco leggero di Pif, perché la serie “La mafia uccide solo d’estate” è un racconto che ha avuto lo stesso effetto “anti-mitico” di Gomorra, scritto da Saviano. Cioè far capire, una cosa semplice ma importante: che i mafiosi sono i malvagi che infieriscono suoi poveri e non quelli – come voleva la vulgata – che li difendono. E che gli “sbirri” invece si fanno ammazzare per contrastare la violenza che insanguina e sottomette intere comunità.
Il piccolo Salvatore è concentrato sulla sua compagna Alice, ma quando gira lo sguardo intorno a sé, si fa mille domande. Mentre la sua famiglia, di media borghesia, cerca di proteggerlo dalla sua curiosità. In questa serie – come nel film che l’ha ispirata – si vede come la mafia condizioni le piccole scelte di vita della gente comune, non solo i grandi traffici. Con la violenza usata per degradare i cittadini in sudditi ed elevare i prepotenti a capi. Con parte del clero, che spesso la fiancheggiava.

Ma Pif si concede momenti in cui ci parla della bellezza della sicilianità, facendoci entrare nei sentimenti della coppia movimentata ma affiatata, dei genitori di Salvatore. Con le premure di una moglie e i tormenti del marito, le cotte della figlia e l’irrequietezza di Salvatore. Che capisce cos’è la morte, quando quel signore, Boris Giuliano, che gli dava consigli su come corteggiare Alice, muore ammazzato in un bar.
Pif ha realizzato un racconto civile. Che ha rimesso ordine tra bene e male, senza dare risposte esplicite, ma lanciando le domande di Salvatore come semi da cui poi è germogliato il riscatto della dignità della nuova Sicilia di Libera e di tanti movimenti di liberazione dalla mafia.
Grazie Pif.

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