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“Caffè” – di Cristiano Bortone

 

Tra i film offerti in visione ai giurati del Premio David di Donatello, tutti indistintamente sostenuti dal fondo nazionale per la cinematografia ma per gran parte di un livello talmente scadente che stentano a trovare un’uscita regolare nel circuito delle sale, si ha a volte la fortuna di imbattersi in incontri felici e inaspettati. E’ accaduto con Caffè, scritto e diretto dal regista e produttore quarantottenne Cristiano Bortone, laureato in cinema alla University of Southern California e autore ‘nuovo’ di limpida originalità. Ricordo di aver apprezzato in passato il suo Rosso come il cielo, Premio David Giovani 2007, storia di un handicap grave che per la sua specificità si rivela oltremodo creativo.

Caffè è un film in cui la sceneggiatura riveste un ruolo basilare, sviluppando un tema appassionante come sono sempre gli incontri imprevisti e imprevedibili che cambiano la vita. Il film è costruito su tre storie che si intersecano continuamente, pur non avendo apparentemente nulla in comune, con trame e personaggi ambientati in luoghi molto lontani geograficamente tra loro. Il filo rosso che le unisce, diciamo il comun denominatore,  è il caffè, la bevanda consumata universalmente in tutto il mondo, da un continente all’altro.
Anche nell’ipotesi che il progetto sia stato sponsorizzato a fini promozionali da un intraprendente produttore di caffè, gli sceneggiatori hanno fatto benissimo ad accettare la sfida e a non tirarsi indietro: in arte, e più generalmente nel campo espressivo, un limite assegnato è quasi sempre spunto per una maggiore creatività. E i cinque autori del copione – Matthew Thompson, Minghui Shi, Cristiano Bortone, Minghua Shi, Annalaura Ciervo –  sono riusciti a fondere vicende ed atmosfere con fluido estro drammaturgico.

I tre protagonisti sono ragazzi giovani, tra i venti e i trent’anni: un italiano, un belga e un cinese. L’italiano che si chiama Renzo è un appassionato e super esperto di caffè, ne conosce tutti i segreti dal raccolto alla tazzina, sa distinguerne ogni tipo di bacca, ogni caratteristica organolettica, ogni singola coltivazione; è un sommelier del caffè e sogna di lasciare il bar del piccolo paese in cui vive, e che non gli consente alcun futuro, per farsi strada nel business della grande distribuzione.
Un amico lo invita a raggiungerlo a Trieste, la piazza commerciale più importante d’Europa per l’importazione della preziosa polvere tostata, e lui parte pieno di entusiasmo insieme alla fidanzata. Ma Gaia che ha l’anellino al naso e i tatuaggi, appare indolente, demotivata, teme di andare a star peggio; ha scoperto infatti di essere incinta, non sa se abortire o tenere il bambino, e nella sua condizione di incerta futura madre si mostra assai poco propensa all’avventura.
Il ragazzo belga, Vincent, è invece un balordo di periferia a Liegi, un perditempo che non combina niente ed è disprezzato dal padre che sopravvive di bassa manovalanza malavitosa. Un brutto giorno, durante una violenta dimostrazione giovanile antagonista, Vincent irrompe nel negozietto di Hamed, rifugiato dall’Iraq, un arabo mite e timorato di Dio che vive di piccoli traffici innocenti. Il ragazzo adocchia una caffettiera di argento antico, stile saraceno, la ruba e fugge via. Ma non si accorge di perdere il portafoglio con i documenti dentro. Poiché la caffettiera ha un alto valore antiquario non meno che affettivo, Hamed  non esita a rintracciare il colpevole nel suo tugurio per riavere indietro l’oggetto. Ne nasce una colluttazione, l’arabo riceve una coltellata al ventre e cade a terra in fin di vita.
Il terzo giovanotto, Fei, è uno yuppy rampante e ambizioso che vive a Pechino, lanciatissimo verso l’alta managerialità industriale. E’ portato in palmo di mano dal proprietario della compagnia in cui lavora, un magnate dell’industria chimica con pochi scrupoli, che lo ha scelto anche come genero. La figlia, rampolla bellissima e allevata nel lusso, si sta già occupando della dispendiosa cerimonia nuziale, quando Fei viene inviato nello Yunnan a risolvere il problema di uno stabilimento che non rende a dovere e i cui impianti ormai obsoleti rappresentano una forte minaccia ambientale.

Il giovane rientra così dopo molti anni nella sua regione di origine, in cui si trovano le più prospere e preziose piantagioni di caffè della Cina, e dove a seguito di un banale incidente d’auto entra in contatto con una giovane artista di irresistibile fascino. Da lei, che lo invita a casa a guardare i suoi dipinti, impara a sorbire il caffè assaporandone le insospettate innumerevoli sfumature, in cui non è soltanto l’amaro a predominare…

Verso quale conclusione evolveranno tali promettenti situazioni fa parte della originalità della trama, che dunque non va riferita. Gli sceneggiatori sono stati abili a lasciar progredire i racconti incastrandone le sequenze in un lucido, sapiente intarsio, con connessioni così impercettibili da non permettere mai di avvertire il passaggio tra una storia e l’altra. Lode anche al montatore Claudio Di Mauro che non consente allo spettatore di distrarsi negli stacchi tra le scene e i personaggi.

Attori e comprimari sono scelti con molta cura, assai calzanti in ciascuna caratterizzazione e diretti con mano ferma e mai pesante; merito della regia che pur spostandosi da una nazione all’altra, fra latitudini tra loro tanto diverse, riesce a mantenere, grazie anche alla fotografia di Vladan Radovich omogenea ed elegante, una costante e sorprendente temperatura emotiva associata a una rigorosa unità stilistica.

Il film è piuttosto lungo, dura 112 minuti, ma non si avverte stanchezza poiché le vicende sono congegnate in modo che ognuna traina l’altra senza soluzione di continuità, e di fatto componendo un unico concerto tonale e narrativo. I giovani interpreti, ancora poco conosciuti, risultano eccellenti, e tra loro un vecchio fuoriclasse come Ennio Fantastichini, nella parte del malfattore perdente, disegna da par suo un cameo rifinito al cesello.  Anche la colonna musicale di Theo Teardo è particolarmente ispirata e  funzionale.

Nonostante la disparità dei meccanismi narrativi messi in atto –  per gli episodi ambientati in Italia e in Belgio vengono applicate le regole del film d’azione, mentre sul set cinese il plot vira alla riflessione intima ed esistenziale –  non si avvertono salti strutturali, semmai salutari contaminazioni; mutano gli scenari ma non il sentimento generale che ne accompagna l’avvicendamento, e l’impressione di chi assiste è di provare simultaneamente gli arcani dissidi che affannano l’animo umano.

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