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Stefano Cucchi. Di questo passo ci diranno che forse non è neppure davvero morto…

 

Andiamo pure avanti così. Fra un po’ qualcuno ci dirà che Stefano Cucchi è rimasto vittima di un raffreddore; o forse, chissà, non è neppure davvero morto. Ne parlano televisioni, siti internet, giornali on line, quotidiani. La morte di Cucchi, dicono i periti nominati dal Giudice per le Indagini Preliminari, è da rubricare come “improvvisa e inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale in trattamento con farmaci anti-epilettici”; questa è “l’ipotesi dotata di maggiore forza ed attendibilità”. Ipotesi… E’ le botte ricevute, documentate, testimoniate da quelle ancor oggi toccanti fotografie? Quelle no, secondo i periti non ci sarebbe un nesso tra il violento pestaggio subito da Cucchi nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Gli esperti di neurologia dicono che morire di epilessia (a meno che non si tratti di auto-soffocamento, è caso rarissimo. Ma poco importa. “L’ipotesi” è quella che ha maggiore forza e attendibilità…

Poi, comunque, non ci sarebbe un nesso; il pestaggio sì, e anche violento; ma il nesso no, quello non c’è. Il violento pestaggio è un effetto collaterale; Cucchi era all’interno della caserma dei carabinieri; viene violentemente picchiato, vale a dire massacrato di botte, ma questo fatto è secondario. Non c’è nesso. Un ragazzo entra vivo in strutture dello Stato, ne esce morto; non c’è nesso.  Cucchi è fermato perché in possesso di alcuni grammi di droga, chiede invano di poter parlare con il suo avvocato. Non c’è nesso.

Quando arriva al tribunale per l’udienza di convalida il medico riscontra lesioni che giudica non allarmanti, le stesse lesioni dal medico del carcere sono valute essere gravi, al punto che viene ricoverato al reparto per detenuti dell’ospedale Sandro Pertini. Non c’è nesso. Cucchi alla fine muore. Non c’è nesso. Tutta questa incredibile vicenda accade a metà ottobre del 2009, da otto anni. Non c’è nesso.

Si possono fare tutti gli slalom giudiziari che si vuole, la questione, ridotta all’osso, di certo è questa: un cittadino entra vivo in una istituzione dello Stato; ne esce morto. Di certo c’è una questione “elementare”: se lo Stato, attraverso una sua articolazione, priva un cittadino della sua libertà, automaticamente si fa garante e responsabile della sua incolumità, della sua integrità fisica e psichica. Senza “se” e senza “ma”. È da qui che occorre partire, questi sono i termini della questione, questo è lo scandalo. Quella di Cucchi è la storia di un ragazzo morto mentre si trova nelle mani dello Stato. Un ragazzo che arriva a pesare 37 chili, con il volto tumefatto, l’occhio destro rientrato nell’orbita, gonfio, i segni evidenti del pestaggio patito. Questo è il nesso.

Non mancherà chi, ora che esorterà a non abbandonarci a frettolosi, superficiali giudizi; ci vorrà ricordare che occorre conoscere le motivazioni e le ragioni che hanno portato alla situazione di oggi. C’è comunque un semplice, elementare nesso: Cucchi entra vivo, subisce un violento pestaggio, esce morto. Nessuna generalizzazione: poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, fanno un lavoro duro, faticoso, difficile, rischioso. Non si finirà mai di dire loro grazie per quel che fanno. Ma proprio per questo casi come quello di Cucchi  risultano intollerabili e “bruciano”. Da un criminale ci si può attendere di tutto. Da persone che indossano la divisa, no. Entrare vivi in un “luogo” dello Stato, uscirne morti, si tratti di un carcere, di una caserma, di una questura non è accettabile, non è giustificabile; non va accettato o giustificato.

L’Italia è il paese di Cesare Beccaria. E’ il paese che regala all’umanità un libretto ovunque letto e conosciuto, “Dei delitti e delle pene”…Quel libretto ispira Thomas Jefferson, i “padri” fondatori degli Stati Uniti d’America: lo leggono direttamente in italiano, da lì prendono spunto e ispirazione per le nuove leggi che devono varare per la giovane nazione americana; quel libretto in Francia entusiasma i filosofi dell'”Encyclopédie”… Nel 1766 la chiesa cattolica lo mette all’Indice; ha ragione: ha la sfrontatezza di distinguere il reato dal peccato…

Sono trascorsi più di 250 anni da quel testo rivoluzionario che capovolge radicalmente la legislazione giudiziaria, e detta il principio per cui la determinazione di pene e delitti deve basarsi esclusivamente su un codice ben fatto e definito di leggi; al bando, dunque arbitrio o influenza del giudice, e questo per la “semplice” ragione che essendo un uomo anche il giudice, può lasciarsi trascinare o influenzare dai propri istinti o interessi. In questo paese, con questa gloriosa tradizione, ancora non è avvenuta una cosa semplice e doverosa: nei nostri codici non esiste il reato di tortura; non è contemplato, nonostante si siano sottoscritti e firmati da anni le relative convenzioni internazionali. Finalmente, comincerebbero a trovare pace gli Stefano Cucchi e gli Aldo Bianzino, i Federico Aldrovandi e i Giuseppe Uva, i Michele Ferulli e i Francesco Mastrogiovanni, le vittime della “macelleria messicana” che si consuma in occasione del vertice del G8 a Genova, e le decine di persone che sono entrate vive in una istituzione dello Stato (carcere, stazione dei carabinieri, questura, ecc.), e ne sono uscite morte; e anche le loro famiglie ne ricaverebbero un po’ di consolazione, perché le vittime dei “delitti” e delle “pene” potrebbero finalmente ottenere giustizia.

Non è difficile compiere quel gesto: basta recuperare i testi di Legge presentati dai radicali e Pd e altri nella passata legislatura, o quelli presentati per esempio da Luigi Manconi in questa; in poco tempo, se ci fosse la volontà politica, quei testi si potrebbero approvare. Ma qui la domanda: perché chi può non vuole e non fa? In fin dei conti è questa la domanda da porre e da porci, noi che siamo il paese di Beccaria e “Dei delitti e delle pene”. E’ qui, il nesso.

“…Mi arrestarono un giorno, per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima, a forza di botte…”. (Fabrizio De André, “Un blasfemo”)

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