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Politeama, l’esordio narrativo di Gianni Amelio

 

Luigino, Gino, o Ginetta, come a sette anni già lo chiamavano per scherno i compagni, in segreto veniva vestito dalla madre con gli abiti della sorellina morta. Il bambino vive con Ida, senza aver mai conosciuto il padre, in un piccolo paese poverissimo della regione più povera d’Italia, la Calabria. A scuola un solo compagno, Aldo, gli vuole bene: “Quando giocava a pallone, con la canottiera sudata, era il più bello e segnava sempre due o tre gol”.  Poiché Aldo sapeva che Luigi dormiva nello stesso letto con la madre, quando gli si sfregava addosso dietro l’orto gli chiedeva  “come fossero le cosce di Ida, se le avesse grosse e bianche e se lui le toccava il cicino peloso. Luigi diceva di sì e Aldo respirava forte e poi gli scivolava sul culetto quel liquido che chiamava sborra”.

A Luigino però piace anche una ragazza “alta e bella grassa” di nome Meri, che veniva da Firenze in vacanza presso i parenti. Aveva vent’anni, solo quattro meno di Ida, rideva sempre e lo prendeva sulle ginocchia nonostante fosse scalzo e avesse i calzoncini stracciati. Quando lo abbracciava lui sentiva “il profumo che aveva sul collo e nei capelli”. Così una volta tornando a casa, aveva preso le forbici e ridotto a brandelli il vestito della sorellina morta. La madre ne aveva fatto una malattia e presto era finita in  manicomio, a Montefalco, a concludere i suoi giorni.

Il bambino, un pomeriggio mentre tutti riposavano, aveva visto sua madre appartata dietro un albero con il compare Marchese, lui le toccava le minne e lei lo aveva baciato nella bocca. Era fuggito via prima di assistere al resto. Ma Aldo gli faceva ripetere la scena sussurrandogli all’orecchio frasi  smozzicate e rovistandogli il culetto. Non avendo più la mamma il bambino viene aiutato dal prete e poi da una signora benestante che lo tiene quasi segregato nella sua bella casa. Lui però non smette di vedere Aldo: “Una volta che era uscito nudo dall’acqua fecero quella cosa in mezzo ai cespugli e poi si bagnò, aggrappato alle pietre perché non sapeva nuotare”. Per essere più libero Luigino si rifugia nel tugurio di Carmina, una stracciona che pascolava le capre, e vivono insieme come mamma e figlio. Una sera tornando tardi trova la porta sprangata perché Carmina, nuda, stava ficcando con un uomo addosso. Luigino era restato a guardare attraverso le fessure. “Vidisti bono? Ti imparasti?” Lo prendeva in giro lei. La donna che era una mezza santona e scacciava il malocchio, sapeva tutto di tutti; capitò in paese con un furgone un venditore ambulante di pesce, “un giovanotto di statura piccola, ma forte di braccia e di cosce, con i baffetti alla moda”. Carmina gli disse: “Bellu u guaglione ‘e Napoli, eh? Chillu a tia t’è padre”. Si chiamava Luigi, come lui.

Il bambino cresce con il pensiero fisso di ritrovare un giorno suo padre. Pur essendo ormai  grandicello la sua voce rimane come quella di una fanciulla. “Ma tu si masculo o femmina?” Gli dicevano per strada. “Fammi vediri!” “Veni ‘cca, ca ti vogghiu toccare!”

A lui piaceva cantare, era intonato, “allungava le finali meglio di Flo Sandson’s e di Giorgio Consolini”. Quando diventa più grandicello, nella “città senza stazione” avviene la svolta. Tra gli abitanti ce n’era “uno che Luigino si augurava di non incontrare mai. Aveva una quarantina d’anni, allampanato come un manico d’ombrello, il passo di fretta e le mani in movimento, e si scioglieva i capelli ossigenati sulle spalle”. Per la sua parlata cattiva veniva chiamato Malastampa, e faceva il cuciniere delle donnacce, nel palazzetto con le persiane chiuse. Una volta gli aveva detto dietro le spalle, a voce bassa: “Tu si com’a mmia, si fimmina!” Se l’era preso di forza e se l’era portato dove voleva lui. Erano diventati intimi, l’uomo gli preparava la fettina e il dolce con un bicchierino di marsala all’uovo. Malastampa aveva insegnato a Luigino come usare meglio la voce e come muovere i fianchi facendo anche qualche passo di ballo: “Ti parlerò d’amor e sfoglierò una rosa/ sulla tua bocca ansiosa, che non conosco ancor…” Un anno dopo i casini chiusero e Malastampa lo portò con sé a Napoli per farlo esibire in palcoscenico con il nome d’arte di Genny; Luigi vestito da femmina cantava e danzava al Politeama Italia e il pubblico si moltiplicava sera dopo sera. Un tizio con una faccia da angioletto, i capelli ricci e il sorriso buono, lo aveva lusingato, trascinandolo in spiaggia. A Luigino batteva il cuore, si sentiva innamorato. Ma quello prima aveva abusato di lui, poi l’aveva massacrato di botte mandandolo all’ospedale per otto mesi. Rimessosi in sesto, ma mezzo azzoppato, il ragazzo parte per Roma. Nello scompartimento del treno incontra un toscano simpatico, Anselmo, a cui piace parlare. Si presenta come costumista, ben inserito nel mondo dello spettacolo, e gli apre gli occhi su tanti indirizzi che potrà bazzicare a Roma, gli archi del Colosseo, le parrocchie e i vespasiani. Dopo una lunga schermaglia di battute e di reciproche confidenze, si isolano tirando le tendine e abbandonandosi al piacere proibito, al battesimo della “prima volta”. All’arrivo alla Stazione Termini Anselmo, che deve proseguire per Firenze, regala al ragazzo tremila lire e alcune preziose istruzioni di comportamento: “A Roma ci sono i froci. Non dirmi che significa la parola, perché non lo so… Se qualcuno ti chiama frocio porgi l’altra chiappa.”

Nei primi tempi Luigi cerca una sistemazione al Borghetto Prenestino, una lercia periferia di baraccati in cui avviene la sua vera educazione di ragazzo di vita; insieme a sbandati come lui rimedia da vivere facendo marchette per poche centinaia di lire sotto l’Acquedotto romano. Un giorno assiste anche alle riprese di un film, in cui si girava la morte in croce di Barabba. In mezzo a quella babilonia “notò un uomo piccolo e magro, con gli occhiali e i capelli scuri che si avvicinava al suo amico Turuzzo, gli parlava all’orecchio, e poi gli sorrideva e lo accarezzava sulla testa”.

Tante altre vicende si intessono nella Capitale. Gino scopre che esistono guide specializzate per gli incontri particolari: “Le sale si chiamavamo Alhambra, Argo, Ulisse, Tibur, Astoria, Brasil, Lux, Esperia, Espero, Volturno”. Comincia a frequentarle regolarmente e ad accettare per soldi, per voglia, per vizio, ogni tipo di prestazione. Un giorno Luigino entra quasi per caso al cinema Apollo e dietro la tenda rossa, lungo il corridoio che scende alle latrine, prende corpo e spirito la scena madre della sua vita, così inaspettata da lasciarlo attonito, soggiogato. Fuori piove a dirotto quando Luigi si rifugia, insieme al personaggio appena conosciuto, in un bar accanto al cinema. Tra i due si accende un fittissimo dialogo e in quel lungo, torrido colloquio – pagine di pura drammaturgia – si condensa il senso profondo dell’intera narrazione.

“Ti sembrerà strano, – mi confida Gianni Amelio con un accento di intrattenibile sincerità – ma tengo più a questo romanzo che a tutti i miei film”. Credo di comprendere la sua affermazione: per chi ha sempre scritto, nell’età matura scrivere diventa una necessità, come respirare. L’impegno non pretende inevitabili compromessi, come avviene per la realizzazione di un film; niente produttori, finanziatori, distributori a metter bocca. L’espressione fluisce libera, senza intralci, e in questo romanzo si avverte palpabilmente la felicità dell’autore; che dopo poche righe è la medesima del lettore.

Politeama è un romanzo di formazione scritto in terza persona, ma tutta la storia è raccontata in ‘soggettiva’ da Luigino; è lui che osserva la vita e ce la riferisce, che espone con la propria lingua  non letteraria ciò che gli capita: gli incontri, le avventure, le persone, la confusa sessualità che lo conduce poco a poco a identificarsi in un diverso. Un invertito.

Amelio ha scritto un libro bello e onesto, al pari dei suoi film che l’hanno reso celebre e amato in Italia e nel mondo. La vicenda si articola in 25 capitoli, ognuno introdotto (esclusi gli ultimi due) dalle strofe di canzoni molto sentimentali, struggenti, in voga nel dopoguerra  e nei decenni successivi. Di alcuni successi popolari dell’epoca non si conoscono neppure più gli aventi diritto, sono arie ascoltate chissà dove e da chi, rimaste incagliate nelle pieghe dell’anima. I titoli sono eloquenti per suggerire la furiosa ricerca d’amore del protagonista, il quale sogna a occhi aperti la passione romantica: Bocca desiderata, La luna nel rio, Estasi, Io voglio darti questi fior, Tu sei differente

Tutti abbiamo ripetuto da bambini le parole di canzoni di cui non capivamo completamente il significato, eppure ci stordivano con un confuso, invincibile languore, con una misteriosa e vergognosa eccitazione sessuale. Canzoni cariche di peccato, di voluttuose tentazioni e, potremmo aggiungere, di turgidi sensi di colpa. Una volta aperto il libro, il lettore ritroverà quel sentimento mai cancellato, e non gli sarà facile sottrarsi al fascino conturbante che esso emana da ogni riga.

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