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Il drago invisibile

 

Mai negarsi una bella favola, a qualsiasi età. Cercando  in qualche sala un po’ defilata è ancora possibile assistere a un film della Disney scivolato via senza troppo clamore. Si intitola Il drago invisibile di David Lowery. Nel cast un Robert Redford ottuagenario, ben lontano dal biondo   tenentino in candida uniforme della Marina di Come Eravamo o dall’avvocato di prima nomina, sposino di Jane Fonda in .A piedi nudi nel parco. Ora è un nonno dai capelli bianchi e gli occhiali sul naso, che intaglia il legno con la sgorbia dando figura alle sue fole. Ai bambini che stanno ad ascoltarlo a bocca aperta, parla di un drago incontrato nel bosco quand’era giovane, il quale prima di sparire come un’ombra davanti ai suoi occhi gli aveva accartocciato come un fuscello il  fucile che teneva tra le mani. Naturalmente nessuno gli crede, a cominciare dalla figlia Grace che è la ranger della contea e conosce la foresta palmo a palmo. Lui si rassegna sorridente, ma non rinuncia ad ammonire i suoi piccoli ascoltatori: “Mia figlia crede solo a ciò che è chiaro ed evidente. Ma se nella vita guardi unicamente quello che hai davanti al naso, ti perdi molte cose”.

Il drago esiste davvero. Sei anni prima un bambino di appena quattro anni di nome Pete, era sopravvissuto per miracolo a un incidente d’auto; i genitori erano morti e lui era restato solo e smarrito nel cuore della foresta. Già i lupi si avvicinavano ringhiando, quando un essere gigantesco e misterioso era intervenuto a salvarlo: aveva l’aspetto di un cane o di un orso colossale con il corpo ricoperto da un folto pelo verde, e possedeva ampie ali per volare. Le fiere erano fuggite via come il vento e il bambino con il pianto negli occhi aveva sussurrato: “Mi vuoi mangiare?” Il drago con poderosi uggiolii di amicizia l’aveva rincuorato e aveva proteso la zampa aperta sul cui palmo il cucciolo d’uomo si era sistemato fiducioso prima di essere portato via ad ali spiegate.

Passano gli anni, Pete ora ne ha dieci e sembra Mowgli, il protagonista del Libro della Giungla, un piccolo selvaggio. Per tutto quel tempo è vissuto nella caverna del suo amico fatato, dormendo al caldo del suo corpo quando l’animale si acciambellava per la notte, giocando incessantemente e spericolatamente con lui durante il giorno, scoprendo la magia del verde in ogni più intimo segreto.

Ma ora la foresta è a rischio, perché gli affaristi la stanno disboscando e si spingono sempre più verso l’interno. Grace, da intrepida guardia forestale, cerca di contrastare lo scempio non perdendoli mai di vista; e un giorno si accorge con sorpresa della presenza del bambino che li sta spiando da dietro gli alberi. Stupefatta prova ad avvicinarlo, vorrebbe trattenerlo ma senza riuscirci; più brava è la bambina che è con lei, Natalie, figlia dell’amico che l’ha accompagnata, la quale spontaneamente corre dietro al suo coetaneo, lo insegue nel bosco arrampicandosi con lui sugli alberi e rivolgendogli domande a raffica come fanno le femmine. I due bambini si piacciono molto, e il drago di fronte a quella invasione di umani si dissolve nel nulla com’è sua facoltà. Pete, viene preso in consegna da Grace e ricondotto amorevolmente alla vita civile, con una bella cameretta tutta per lui, i vestiti puliti nell’armadio e i vetri alle finestre. Scatta intanto inevitabilmente la caccia al mostro e i più violenti tra i boscaioli, armati di tutto punto, si spingono nel folto della selva; scoprono la sua tana sotto le radici di un immenso albero millenario e sulla soglia della grotta trovano un vecchio libro illustrato di favole appartenente a Pete, il cui protagonista è un cane di nome Elliot. Lo sceriffo avvia una ricerca negli archivi e risale all’incidente automobilistico di qualche anno prima, chiudendo facilmente il cerchio. Una spedizione di cacciatori con fucili a pompa e grossi proiettili narcotizzanti riuscirà ad avere la meglio sulla stupefacente creatura, la quale addormentata e incatenata su un carico speciale scortato da centinaia di auto della polizia, viene trasportata in città e rinserrata al sicuro in un hangar.

Lo spettatore si godrà il resto dell’avventura davanti allo schermo; basti sapere che il piccolo Pete non permetterà certo che si faccia del male al suo amico Elliot, e correrà ad aiutarlo. La carica emotiva è alta, al punto che tre bambini miei vicini di posto hanno continuato a piangere rumorosamente e a calde lacrime anche quando si sono accese le luci, né la madre riusciva a calmarli con le sue parole rassicuranti. Ho pensato che le loro lacrime fossero il segno di un dolore universale, inconsapevole, che li aveva assaliti alla sprovvista; la reazione innocente di fronte a una catastrofe annunciata che gli adulti non sanno più contrastare.

La favola del drago Elliot, come ogni favola, contiene simboli potenti e inequivocabili. La foresta è un santuario, il santuario della natura. Nella cultura arcaica, ellenica, i primi luoghi dedicati alle divinità erano dei boschetti ritenuti sacri, chiamati lucus, dove gli abitanti sostenevano di aver incontrato entità sovrannaturali (di luce, appunto) a cui in seguito innalzavano un altare, cioè un piccolo edificio di culto, un fanum, oppure un sacellum, un tempietto. La natura era popolata da presenze invisibili che per gli umani prendevano aspetto di lago, di fiume, di forra, di monte, di  fonte, di vento, di eco, di astri, di piante. In Grecia l’alloro porta ancora il nome di Dafne, l’eroina della leggenda che per sfuggire alla bramosia di Apollo si trasforma a vista in un arbusto. Ne riferisce Ovidio ne Le metamorfosi, e Bernini se ne ispirò per realizzare un gruppo scultoreo palpitante, conservato alla Galleria Borghese di Roma. Nell’Eneide di Virgilio e nella Divina Commedia dell’Alighieri, le anime dei trapassati in seguito ad azioni violente a volte prendono forma di cespuglio, e sanguinano se si strappa loro una ramo. Polidoro, trucidato, si rivela in questo modo ad Enea; e il suicida Pier delle Vigne grida a Dante nel Canto XIII: “Perché mi scerpi!”.

Dunque la natura ospita e nasconde presenze immateriali che alla maggior parte di noi sfuggono, ma possono essere viste da alcuni privilegiati, provvisti di eccezionale sensibilità: i bambini, gli animali, i santi, i poeti. Giosuè Carducci nell’ode Davanti a San Guido, sulla strada di Bolgheri dialoga con i cipressi della sua infanzia, che a loro volta gli pongono domande: “E fuggìano, e pareano un corteo nero. Che brontolando in fretta in fretta va”. Dino Buzzati, il più visionario dei nostri scrittori del Novecento, ha scritto un intero romanzo sulle anime della foresta, Il segreto del bosco vecchio. Il colonnello Sebastiano Procolo che ha ereditato il bosco, decide di abbattere le piante  per trarne profitto; e i geni degli alberi, che vivono celati nei tronchi, ma possono anche agire indistinguibili in mezzo a noi, non sanno come opporsi a quello sterminio crudele. Tutto ciò nel 1935, assai prima della moda ecologista, dei prodotti agricoli a KM 0, dei negozi di cibo biologico e degli agriturismo salutisti, che sono la semplice traduzione commerciale, consumistica, dell’incerta coscienza ambientale.

Il drago Elliot incarna dunque lo spirito di quell’universo vegetale che rappresenta l’unica condizione possibile di esistenza su questo pianeta. Le piante sono la macchina della vita, in grado di produrre l’aria che respiriamo e, grazie alla fotosintesi clorofilliana, di trasformare la materia inorganica in sostanza organica, della quale tutti gli esseri viventi si alimentano. Il simpatico drago di color verde, e dunque mimetico fino a svanire, è la materializzazione fiabesca della nostra cattiva coscienza; e la sua figura mitologica ci attira in una salutare incursione nella dimensione invisibile del quotidiano. Gea era in antico il nome della dea terra, che stiamo sfigurando con sconsiderata e allegra noncuranza; il mito e la poesia ci aiutano a salvarla, a introiettare la sacralità del verde in cui l’essere umano è immerso dal suo primo apparire. E il senso più profondo di tale comunione, la religione della casa comune, il rispetto dell’ambiente in cui viviamo, è il messaggio della vicenda misteriosa che il film ci racconta in forma di favola.

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