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A Londra consultabile quello che a Roma è inaccessibile? Per favore, chi può spieghi qualcosa…

 

Cos’è il diritto di conoscenza, signora mia? Il diritto di sapere che cosa viene fatto, e perché, da chi ci governa, ci amministra, ci rappresenta. Il diritto di poter controllare, “sapere”; come mirabilmente riassume il liberalissimo precetto einaudiano: “Conoscere per deliberare”. Con le dovute regole e forme, d’accordo. Ma la “conoscenza” è il discrimine che ci rende cittadini e non sudditi.

Ora un pratico esempio, offerto un paio di articoli pubblicati da “La Stampa” del 18 aprile, di Domenico Quirico e Francesco Grignetti. Quirico ci racconta una storia di tempi andati, di quando ancora c’era l’Unione Sovietica, e di come la Mosca di allora, con quattro soldi e un impegno “tecnico” irrisorio, riuscisse a spiare mezza Italia: “l’operazione Start, un capolavoro di creatività spionistica… piazzare  antenne, banalissime, insospettabili antenne nei luoghi chiave di un Paese, per ascoltare le conversazioni militari, politiche e giudiziarie, l’intera equazione dei Poteri…”.

Tutte cose che risalgono agli ani ’70, ormai più storia che cronaca; una documentazione, ci fa sapere Quirico, che ora “riposa” negli archivi intitolati a Winston Churchill, all’università di Cambridge, in Gran Bretagna; fa parte della “dote” raccolta da Vassili Mitrokhin: che prima di fare il “salto dal fosso”, ci ricorda Quirico, “per anni, nascondendolo nelle scarpe, aveva portato a casa, copiato su bigliettini, il lavoro  di ufficio ovvero tutti i segreti dello spionaggio di Mosca”. Materiale oggi utile, si presume, soprattutto per studiosi, ricercatori, storici. Materiale, scrive Quirico, disponibile per qualsiasi consultazione.

Questo inciso ci porta all’articolo di Grignetti. Racconta la storia della commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokhin: a suo tempo una quantità di polemiche politiche, anche di strumentalizzazioni; i tentativi da parte del centro-destra di dimostrare che l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema aveva mentito al paese, e che Romano Prodi sarebbe stato un agente occulto del KGB: il presidente della commissione Paolo Guzzanti e parte della maggioranza di allora “si sforzano di centrare il bersaglio grosso, ma invano. I lavori della commissione finiscono in nulla”.

S’arriva ora al paradosso. Scrive Grignetti: “Come ci racconta Quirico, i documenti originali sono stati depositati dall’MI6 all’archivio Churchill e lì sono ora liberamente consultabili. Le carte della commissione parlamentare sono invece sigillate in una cassaforte del Senato, tutelate da un segreto inossidabile…”.
C’è qualcosa che non torna. A Londra si può leggere e conoscere quello che a Roma è imperscrutabile? Un motivo ci sarà. Quello, almeno, lo si può conoscere? Per un elementare diritto alla conoscenza, se così si può dire.

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