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Nella morsa del gelo e dell’eros. Georges Simenon: “Il passeggero del Polarlys”

 

«Animo! … Adesso sì che è diventato un uomo…» Dice il comandante Petersen al suo terzo ufficiale Vriens, un olandese di diciannove anni, che  all’aspetto ne dimostra sedici e per giunta è appena uscito dalla scuola navale di Delfzijl. In quel suo primo incarico sotto la sferza paterna del diretto superiore, il ragazzo è stato costretto a crescere in fretta e alla fine, benché con il cuore infranto, si è comportato bene, riuscendo a fronteggiare la bufera sentimentale non meno di quella degli elementi.

Il Polarlys è un grosso cargo, provvisto all’occorrenza di cabine passeggeri, che ricopre la rotta dei fiordi norvegesi fino al Mare Glaciale Artico, sbarcando e imbarcando merci nei piccoli porti delle numerose località costiere, le quali nella stagione invernale, assediata dai ghiacci, sarebbero tagliate fuori da ogni comunicazione. Petersen è un capitano di provata abilità, costretto dalle circostanze ad agire in veste di detective; personaggio concepito da Georges Simenon nel 1929, proprio a Delfzijl nei Paesi Bassi, mentre era in viaggio per i canali navigabili francesi a bordo del cutter Ostrogoth. Il comandante nella corporatura, nei modi, nella pipa che non rinuncia ad accendere neppure tra i marosi che spazzano il ponte, anticipa quasi in uno schizzo preparatorio il commissario Maigret, nato infatti in quegli anni. Per chi voglia orientarsi meglio nella sterminata galassia creativa dello scrittore belga, “Il passeggero del Polarlys” vede la luce nel 1930 pubblicato a puntate su un quotidiano per poi uscire in volume l’anno successivo; ed è il primo tra i “romanzi duri” scritti da Simenon.

Ecco dunque la nave norvegese prendere il largo dal molo 17 del porto di Amburgo diretta a Kirkenes, estremo approdo norvegese sul Mare del Nord, in una gelida mattina di fine febbraio con la nebbia compatta che toglie ogni visibilità e si solidifica sulle guance come aghi di ghiaccio. Questa volta sulla nave sembra aleggiare un malocchio, e l’esperto capitano Petersen l’ha già fiutato durante le operazioni di carico: “Sintomi che non possono sfuggire all’occhio di un marinaio, ed è raro che la cosa finisca lì, e che la notte seguente o l’indomani non accadano altri disastri”.

Non previsti, sono saliti a bordo quattro passeggeri, tre uomini e una giovane donna, avvenente, che  a terra ha già accalappiato l’inesperto Vriens: “La passeggera avanzava  con disinvoltura, un bocchino di giada fra le labbra. Si era messa in ghingheri come se avesse dovuto cenare a bordo di un transatlantico di lusso, e sembrava non indossare nulla sotto il vestito di seta nera”.

Allo scalo successivo, Cuxhaven, dopo una rincorsa in automobile, si aggiunge Von Sternberg, sovrintendente della polizia tedesca in incognito. Il quale già la mattina seguente viene trovato nella propria cabina morto ammazzato in un lago di sangue. A bordo c’è dunque un assassino, e tutti gli ospiti sono sospettabili. In un giornale francese rinvenuto tra gli effetti della vittima, si legge che a Parigi, durante un festino a base di droga e sesso in un appartamento di Montmartre, una splendida ragazza, una modella, è stata trovata cadavere per  overdose; e i suoi amici tedeschi, ospiti del padrone di casa assente per un viaggio in all’estero, si sono dileguati senza lasciare traccia. E’ evidente che tra i due omicidi c’è un nesso. E il comandante sospetta a pelle del carbonaio Peter Krull ingaggiato dal  capomacchinista all’ultimo minuto, in sostituzione del titolare ammalato di malaria. E’ un tedesco alto e forte, di pelo rosso, il quale ha appena lasciato la prigione di Colonia, rinchiuso, afferma, per un errore giudiziario. Spala carbone senza fiatare per otto ore filate nell’inferno delle caldaie, ma appena può sale sul ponte a riprendere respiro, arrotolandosi una sigaretta. Nel portamento non ha l’aria di un operaio, tutt’altro, e così anche nel tono ironico con cui si rivolge al comandante, l’aria di chi la sa lunga. Ma la vera mina vagante è Vriens, il novellino dai nervi fragili, completamente soggiogato da Katia che, clandestinamente ma non troppo, ne ripaga la devozione con arti esperte: “Che fosse vestita di nero o di rosa, fasciata in abiti di lana o di seta,  s’intuivano le sue forme ed era come se si percepisse il calore e il profumo della sua carne. Se si chinava, gli sguardi scivolavano istintivamente dentro la sua scollatura. Quando camminava, gli occhi seguivano le sue gambe piene, dalle caviglie sottili e allo stesso tempo carnose. Petersen la detestava e ne subiva il fascino”.

Sulla nave c’è anche un passeggero fantasma, Ernst Ericksen, che dopo aver sistemato i bagagli nella cabina è sparito. Nessuno saprebbe dire dove sia andato a rintanarsi, ma al primo approdo di Stavanger, il terzo ufficiale Vriens giurerebbe di averlo visto tuffarsi nelle acque limacciose del porto, nel disperato tentativo di raggiungere a nuoto la banchina. Forse per evitare l’ispettore di polizia Jennings, un tipetto “compito e scialbo” inviato sul Polarlys per avviare l’inchiesta durante la navigazione e possibilmente assicurare alla giustizia il feroce assassino di Von Sternberg.

Durante i pasti il comandante, come da etichetta, fa sedere alla sua destra la ragazza, che non manca di civettare apertamente con lui. Il burbero Petersen del resto aveva già avuto occasione di apprezzarne la torbida seduzione: “Era nel corridoio, davanti alla sua cabina, intento a caricarsi la pipa, quando la donna gli passò accanto e imboccò la scala ripida che portava al fumoir. Mentre lei saliva, Petersen si godette lo spettacolo: le gambe rese ancora più sensuali dalla seta nera, le ginocchia sciolte, e persino il bagliore di un lembo di pelle”.

Se il giovane Vriens è stregato dalla ragazza al punto di aver preso servizio completamente ubriaco la mattina del primo giorno di ingaggio, gli altri maschi presenti sul cargo non sembrano meno esposti alla sensualità dell’avventuriera: “Perché sembrava proprio una bambina. Ma una bambina perversa! O, per l’esattezza, perversa e innocente insieme!” Katia Storm è tedesca, domiciliata a Parigi: faceva parte anche lei dello sciagurato festino di Montmartre? Ne avrebbe tutta l’apparenza. E perché è in viaggio di piacere in Norvegia? “Qualche settimana. Il tempo di visitare la Lapponia”. E’ la disinvolta risposta al comandante recatosi da lei per interrogarla, irretito suo malgrado da una nuvola di perdizione: “L’afrore che aleggiava nella sua cabina lo urtava, così come il pigiama sbottonato sui quei seni appena abbozzati. Ed era colpito da una quantità di altri particolari: la bottiglia di Chartreuse verde, le sigarette ricercate, i capi di biancheria di cui sua moglie neanche sospettava l’esistenza”.

L’inchiesta poliziesca offre a Simenon il destro per raccontare l’umanità che più sente affine, immersa irreparabilmente nel fango della vita ma pur sempre in grado di risalire, di trovare uno spiraglio di uscita. Non diversamente dal Polarlys squassato dalla burrasca tra le muraglie di ghiaccio dei fiordi, ingoiata dalla lunga, implacabile notte artica, eppure impavida nel mantenere la rotta, restare a galla e attraccare in ogni porto portando a termine la propria missione. Sono pagine di puro virtuosismo narrativo, frutto di un talento impareggiabile; e naturalmente non sarà Jennings a sciogliere l’enigma, bensì il comandante Petersen, con infallibile, profondo senso di umanità.

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