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La manifestazione di venerdì 2 settembre è un atto di grande valore morale e politico

 

La manifestazione di venerdì 2 settembre per denunciare quello che sta avvenendo in Siria e chiedere un cessate il fuoco generalizzato e l’apertura di corridoi sicuri per gli aiuti umanitari alla popolazione civile è un atto di grande valore morale e politico. L’auspicio è che questa iniziativa possa contribuire a scuotere un’opinione pubblica italiana che appare indifferente di fronte alla tragedia più catastrofica di questo secolo, della quale ci si accorge solo quando arrivano le migliaia di fuggitivi che sono il prodotto di quella catastrofe. Oltre l’auspicio e l’adesione, mi sembra ineludibile una riflessione sull’anomalia rappresentata da questa manifestazione, come da altre che, nei mesi scorsi, l’hanno preceduta. L’anomalia che vedo è costituita dal fatto che manifestazioni come quella del 2 settembre debbano essere promosse da associazioni categoriali e da organizzazioni per i diritti umani, nella più totale latitanza di forze politiche e di “movimenti”, a partire da quello che una volta si definiva pacifista.

Il silenzio delle forze politiche e dei movimenti sulla Siria è più che sconcertante, è indecente. In cinque e passa anni di brutale repressione, di torture, di esecuzioni extragiudiziarie, di sparizioni forzate, di distruzione di intere città, non si è vista una sola mobilitazione da parte di quelle forze – politiche, associative e “di movimento” – che manifestasse solidarietà verso le vittime, prima ancora che condanna verso i carnefici. Una assenza che pesa come un macigno sulla loro credibilità.

Altrettanto latitante la sinistra politica, sociale e associativa si è mostrata nella vicenda di Giulio Regeni, giovane ricercatore appassionato di Gramsci, assassinato – dopo indicibili torture – dal regime egiziano del generale Al Sisi. A sette mesi di distanza dall’assassinio di Giulio, le sole iniziative volte a non farlo dimenticare (e a mettere sotto pressione il governo italiano affinchè non ceda nella richiesta di verità e giustizia) sono state promosse da Amnesty International o dagli oppositori egiziani in esilio.

E’ difficile comprendere le motivazioni della latitanza della sinistra rispetto a vicende che, in tutta evidenza, rivestono un’importanza cruciale per il presente e il futuro del nostro Paese e dell’intero Mediterraneo. Nel caso della dittatura egiziana, così come in quello siriano, una possibile chiave di lettura risiede nel doppio pregiudizio che permane (a vari livelli e con diverse declinazioni) nelle menti e nei cuori della sinistra intesa nel senso più ampio, dai partiti residui ai centri sociali e dai sindacati all’associazionismo.

Un doppio pregiudizio che, da un lato, vive ancora nella dimensione di un mondo bipolare, dove al circuito delle potenze capitaliste e dominato dall’imperialismo nordamericano si oppone un campo sistemico differente, imperniato sull’Unione Sovietica, sui Paesi del Patto di Varsavia e su quelli liberatisi dal colonialismo. In questa visione, schierarsi con chi appare avverso al circuito imperialista è un riflesso pavloviano, indifferente al fatto che quel mondo bipolare non esista più, come non esiste più un campo “socialista” che si differenzi sistemicamente da quello capitalista. Sembra roba da psichiatri, ma è tuttora il retropensiero di grandissima parte del ceto politico “di sinistrra”.

Il secondo corno del pregiudizio è costituito dall’ostilità e dall’incomprensione verso il mondo arabo e islamico, del quale si individuano le caratteristiche negative (che non mancano di certo), ma al quale non si riconoscono gli enormi sforzi fatti per avanzare sul terreno della democrazia e della dignità, senza nemmeno rendersi conto di quanto questo atteggiamento sia intriso di razzismo e suprematismo.

Nei confronti della dittatura egiziana, non ci si mobilita in solidarietà con le vittime perchè si pensa che gli oppositori del generale Al Sisi sono i Fratelli Musulmani e, quindi, in fondo è meglio che al potere rimanga un farabutto, però “laico”, con buona pace di quel movimento dei lavoratori e del sindacalismo indipendente sul quale lavorava Giulio Regeni e che – a detta di tutti gli osservatori più competenti – rappresenta la vera minaccia per il regime dei Pinochet e dei Videla del Cairo.

Verso la tragedia siriana, l’atteggiamento della “sinistra” è analogo: impossibile negare che il regime di Assad sia una dittatura feroce e mafiosa ma, anche qui, dall’altra parte si vedono solo barbuti fanatici integralisti, dunque il dittatore è il “male minore”, anche qui con buona pace delle migliaia di intellettuali, avvocati, giornalisti, attivisti di sinistra e per i diritti umani perseguitati e sterminati dallo stesso regime che, con l’amnistia del 2011, rimetteva in libertà i militanti fondamentalisti e che per oltre un anno si è coordinato sul terreno con le bande dell’Isis per annientare i ribelli. In questo quadro, va collocato anche il vergognoso silenzio dei movimenti solidali con il popolo palestinese, che non hanno proferito parola di fronte al massacro dei rifugiati palestinesi in Siria e alla distruzione di Yarmouk e degli altri campi, con il prevedibile risultato che in Italia anche l’attenzione verso la questione palestinese ha toccato il suo punto più basso.

Credo che una riflessione su questi elementi – che ho trattato molto sommariamente – sia opportuna e necessaria, perchè il generoso impegno di alcuni intellettuali, delle associazioni categoriali e delle organizzazioni per i diritti umani non può sostituire a lungo quello delle forze politiche e sociali, per le quali dovrebbe essere di richiamo e di stimolo.

Germano Monti – Comitato Khaled Bakrawi

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