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Sud Sudan, a quattro mesi da governo unità nazionale riprende guerra civile nell’indifferenza del mondo

 

Un’escalation di nuove violenze sta scuotendo il Sud Sudan nonostante l’Onu e gli attori internazionali con interessi nel Paese avessero garantito il supporto al processo di pace, che aveva portato lo scorso febbraio alla costituzione di un governo di unità nazionale.
E il punto è proprio questo, sono mancati sia il sostegno che i finanziamenti per la stabilizzazione di un Passe che attraversa una gravissima crisi umanitaria, ancor prima di quella politica. Almeno 2, milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza e il 20% non ha più la propria casa.
La tensione ha ripreso vigore fino a diventare scontro aperto all’indomani del quinto anniversario dell’indipendenza del Sud Sudan.
Dal dicembre 2013, per quasi due anni, le fazioni dei dinka e dei nuer hanno intrapreso una guerra civile costata la vita a decine di migliaia di persone e che ha causato tre milioni di profughi.
La gravità della situazione ha spinto i vertici del Palazzo di vetro a convocare d’urgenza il Consiglio di sicurezza che ha chiesto ai paesi della regione e all’UA di discutere con i leader sud-sudanesi “per trattare” la soluzione della crisi.
Un appello alla cessazione del fuoco è giunto anche dal ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni.

Il capo della diplomazia italiana attraverso Twitter ha chiesto “di far tacere le armi” sottolineando che l’Unità di crisi della Farnesina è in contatto con i nostri connazionali presenti nel Paese africano.
Gli scontri, iniziati giovedì scorso nei pressi del palazzo presidenziale dove Machar e Kiir preparavano un comunicato comune su altri incidenti avvenuti il giorno precedente, non sembrano destinati a esaurirsi presto. Anzi. Nelle ultime ore si sono ulteriormente intensificati e gli elicotteri militari hanno ripetutamente colpito la sede politica dell’ex leader dei ribelli Machar, mentre altri carri armati stati sono dispiegati nelle strade.
A scatenare la ripresa delle ostilità, alimentate dalla rivalità tra i due rappresentanti delle etnie sud sudanesi più importanti, è stata anche la determinazione di Kiir nel voler costituire una commissione che accerti e punisca i responsabili della morte di decine di migliaia di persone e oltre 2 milioni di profughi a causa dei combattimenti iniziati nel dicembre del 2013, dopo lo sventato colpo di Stato orchestrato da Machar.

Ma per Human rights watch anche le forze governative, oltre che i gruppi ribelli, si sono rese responsabili di rurali uccisioni. Durante l’offensiva nel governatorato di Unità, nel Sudan del Sud, i militari avrebbero dato fuoco a civili e li avrebbero schiacciati sotto i carri armati. L’Organizzazione non-governativa con sede a New York, negli Stati Uniti, ha inoltre accusato l’esercito del Sudan del Sud di aver prima violentato e poi dato fuoco alle vittime, alcune poco più che bambine. I maschi invece sarebbero stati prima castrati e poi lasciati morire dissanguati. Solo nel mese di maggio sarebbero stati trucidati 169 tra giovani e adolescenti.
Era inevitabile, quindi, che la proposta di Kiir di un organismo che verificasse i crimini denunciati dalle ong guidata dalla sua fazione non potesse essere accolta con favore dai rivali di sempre.
Il Sud Sudan martoriato da questi atroci crimini versa, inoltre, in condizioni al limite della sopravvivenza: due terzi dei 12 milioni di abitanti del Paese ha bisogno di aiuti umanitari e un sesto degli abitanti del Sudan del Sud è stato costretto a fuggire e a lasciare le proprie case. Il 70 per cento dei sud sudanesi, inoltre, non ha accesso a cure mediche adeguate, il Paese è tra quelli con il più alto tasso di mortalità materna al mondo: 2.054 decessi ogni 100mila nati vivi (la media globale è di 210).
La mortalità tra i neonati, infine, è di 52 casi ogni mille e un bambino ogni quattro muore prima di aver compiuto cinque anni.

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