Sei qui:  / Opinioni / La nostra vita fra arte e memoria

La nostra vita fra arte e memoria

 

Che cosa lega Andrea Barbato, Valentino Zeichen, Yves Bonnefoy, Abbas Kiarostami, il WWF Italia, la tragedia di Seveso, Lino Banfi e la vittoria di Eraldo Albinati al Premio Strega? Apparentemente nulla, eppure un legame c’è, più profondo di quanto non si pensi, in quanto stiamo parlando di tutte figure, anniversari o soggetti collettivi che incarnano una certa idea di mondo, basata sulla giustizia, sulla bellezza, sullo sguardo al futuro, sulla poesia, sulla meraviglia, sulla ribellione e sulla battaglia contro un mondo colmo di ingiustizie che merita di essere affrontato, sfidato e cambiato.
Pensiamo, ad esempio, ad Andrea Barbato: intellettuale comunista scomparso vent’anni fa nonché giornalista poliedrico e capace di spaziare con gusto e ironia da un ambito all’altro, dedicandosi con la medesima passione alla politica e allo sport, all’inchiesta e all’approfondimento e dando vita a quel piccolo miracolo che fu il suo Tg2, in contrapposizione con lo stile paludato ed estremamente filo-governativo dell’informazione della rete ammiraglia.

E che dire della pura arte di Zeichen e Bonnefoy, della loro poesia non allineata, del loro fervore umano, della loro spigolosa grandezza, dei loro versi che ti entrano dentro e ti attraversano come un fiume di emozioni, destinato a sfociare nei tuoi sogni, nei tuoi pensieri, nelle tue idee, nelle tue convinzioni e nelle tue speranze, raggiungendo pienamente lo scopo per i quali erano stati composti?
E come non apprezzare le lucide e puntuali denunce di Abbas Kiarostami, voce critica e scettica di un Iran che solo ora comincia ad aprirsi al mondo e ad emergere dalla lunga notte della ragione e del buonsenso nel quale l’aveva sprofondato il regime degli ayatollah?

Un cinema potente il suo, con sfumature liriche ma sempre chiaro nei messaggi e inclusivo, nel senso che sapeva descrivere una realtà complessa e assai lontana dalla nostra e rendercene protagonisti.
Senza dimenticare lo straordinario lavoro del WWF Italia sul versante, importantissimo e spesso dibattuto anche in ambito letterario, giornalistico e ovviamente politico, della difesa dell’ambiente, del paesaggio, del territorio e delle specie a rischio di estinzione. Cinquant’anni di attività al servizio di una causa non meno nobile di quelle precedentemente elencate, anche perché basata, a sua volta, sulla divulgazione e lo sviluppo della conoscenza, nella speranza di risvegliare dal torpore le troppe persone ancora convinte della sostenibilità di un modello di crescita e di sviluppo ormai obsoleto e pericoloso per il nostro domani.

Allo stesso filone appartiene anche la commemorazione del quarantesimo anniversario della tragedia di Seveso, quando il guasto ad un reattore dell’ICMESA, un’industria chimica svizzera che operava a Meda, provocò la fuoriuscita di una quantità impressionante di diossina, la quale inquinò il terreno circostante (in particolare, i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio), obbligando un Paese ancora stordito dal miraggio di uno sviluppo senza limiti a interrogarsi sulla necessità di iniziare a contemperare nel dibattito sul proprio futuro anche la tutela dell’ambiente e la salvaguardia della salute dei lavoratori e dei cittadini, fino a quel momento tenute drammaticamente in secondo piano e considerate alla stregua di inutili orpelli.

E Lino Banfi? Cosa c’entra il fresco ottantenne Nonno Libero in un dibattito di questo livello? Secondo alcuni niente ma si sbagliano, in quanto Pasquale Zagaria da Andria (comune tristemente assurto alle cronache negli ultimi giorni) è divenuto, specie negli ultimi anni, un emblema di quell’umanità, di quella dolcezza e di quella saggezza popolare, a modo suo ricca di genialità, della quale avremmo un gran bisogno anche quando ci lanciamo in grandi discettazioni sui massimi sistemi, spesso dimenticandoci di quanto sia utile una parola gentile, un minimo di ironia, quella nobiltà d’animo che non si acquisisce in nessuna scuola ma della quale governanti e intellettuali di grido sono il più delle volte sprovvisti, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Infine, come non rendere omaggio ai settant’anni del Premio Strega, nato nel salotto letterario degli Amici della domenica, grazie all’intuizione di Maria e Goffredo Bellonci, e vinto quest’anno da un romanzo lungo quasi milletrecento pagine in cui l’autore ci porta alla scoperta dell’humus culturale e politico nel quale maturò il delitto del Circeo e si formò l’immaginario di una generazione, quella che è stata giovane negli anni Settanta, che visse molti sogni, condivise altrettante speranze ma poi, purtroppo, ha tradito la maggior parte delle aspettative e, innanzitutto, se stessa.
Edoardo Albinati, con “La scuola cattolica”, ci conduce per mano in questo viaggio lungo quarant’anni, attraversando luoghi dell’anima, paesaggi interiori, vite presenti e passate, vite interrotte e rimpianti, nostalgie e speranze, flussi di coscienza, ambizioni, pentimenti, cedimenti morali e sconforto di un universo giovanile ormai quasi anziano che, nel tentativo di affermarsi a tutti i costi, ha finito con lo snaturarsi e, inevitabilmente, col perdersi.

Il San Leone Magno come crogiolo di illusioni tradite e prospettive perdute, ormai svanite nel nulla cosmico di quest’epoca senza passioni e senza ideali, in cui anche i rivoluzionari di allora hanno indossato il doppio petto e assunto lo stesso atteggiamento ipocrita che criticavano allora.
In poche parole, e questa è l’accusa che non solo Albinati rivolge alla propria generazione, i ragazzi degli anni Settanta sono diventati, per lo più, identici a ciò contro cui combattevano in gioventù, in un fallimento che è prima di tutto morale, oltre che politico, economico, sociale e probabilmente senza ritorno.
E lo scrive, nel finale: “Dovremmo lavorare di più sull’incertezza, impiegarla a nostro favore, ecco, lavorare per risultati incerti. Se quello che cerchiamo non si manifestasse mai, vorrebbe dire che non esiste o che siamo indegni di trovarlo. E invece, talvolta appare, e la sua stessa rarità cancella ogni equivoco”.

Se ci pensate, siamo di fronte ad un invito quasi ingraiano a coltivare il dubbio, ad abbracciare le ragioni dei vinti, a porre continuamente domande, ad essere irrequieti, mai domi, mai banali e, più che mai, a coltivare arte, bellezza e memoria, ossia i tre elementi in grado di rendere migliore una società che ne avrebbe un gran bisogno.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE