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Erdogan vuole epurare i colpevoli del golpe o azzerare ogni opposizione?

 

Bulent Mumay, uno dei 42 giornalisti raggiunti da mandato di arresto da parte procuratore capo di Istanbul, Irfan Fidan, ha risposto alle accuse mostrando il tesserino dell’associazione giornalisti: “Questa è l’unica associazione di cui faccio parte”, ha twittato. Anche lui, ex caporedattore di Hurriyet, giornale liberal del paese, è stato accusato di aver sostenuto la rete di Fethullah Gulen, leader del movimento religioso ‘Hizmet’, in auto-esilio in Pennsylvania ed ex alleato del partito di Erdogan, ritenuto dal governo turco la mente del fallito golpe militare.
Fa quasi sorridere questa difesa se si ripensa ai corpi smembrati in piazza la notte del golpe, alle umiliazioni imposte ai militari – inginocchiati, a torso nudo, le mani legate dietro la schiena -, alle oltre 13mila persone arrestate, alle 80mila epurazioni, ai passaporti revocati ad almeno 10mila cittadini turchi per timore di una fuga all’estero dei ribelli. E poi, la dichiarazione di emergenza nazionale, per definizione una sospensione della democrazia, insieme a quella, per tre mesi, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E mentre diverse democrazie occidentali continuano a festeggiare il fallito golpe, anche oggi l’unità antiterrorismo ha fermato – secondo l’agenzia Anadolu – 31 accademici proveniente da 5 province diverse e 40 militari di un’accademia di Istanbul nel quartiere Basiktas, sul lato europeo, ha licenziato 211 dipendenti della compagnia di bandiera Turkish Airlines e 198 della compagnia telefonica Turk Telekom (di cui lo Stato possiede il 30%), sempre con l’accusa di “collaborazionismo con le forze di sicurezza” nel tentato golpe. I mandati d’arresto, le detenzioni cautelari, gli arresti definitivi e le sospensioni si sono diffusi in meno di una settimana su diverse fronti: polizia, servizi segreti, istruzione, giustizia, sanità, energia, turismo, religione. “Le operazioni sono tuttora in atto e fare i conti ogni giorno diventa un lavoro da puro contabile”, scrive Murat Cinar, giornalista turco da 8 anni in Italia: 8mila militari, 2mila magistrati, 1.500 poliziotti. Il paradosso è che tra questi arresti figurano tipologie così disparate da far pensare che l’obiettivo di Erdogan non sia affatto quello di epurare i colpevoli del golpe, ma di azzerare ogni opposizione. Ci sono anche tre donne simbolo della laicità: Nazli Ilicak, nota ex parlamentare e giornalista veterana di 72 anni; Aysegul Sarac, rettore col velo dell’università Dicle a Diyarbakir, sud-est della Turchia; Kerime Kumas, l’unica pilota da combattimento del Paese, che la notte del golpe avrebbe volato con il suo F-16.

È interessante la lettura che dà di questi arresti Murat Cinar In ‘Turchia, cui prodest?’ (http://www.pressenza.com/it/2016/07/turchia-cui-prodest/). Secondo il giornalista “la Turchia oggi sta vivendo una terza fase politica. Il progetto AKP nasceva con la comunità di Gulen e si sviluppava attraverso una crociata contro diversi oppositori accusati di voler rovesciare il sistema politico. Oggi si assiste a una nuova fase: l’esercito viene ripulito dagli elementi gulenisti e sostituito dagli attori originali delle forze armate, ovvero gli stessi operativi otto anni fa. A pagarne le conseguenze tuttavia non sono soltanto i veri golpisti o i gulenisti, ma anche migliaia di persone arrestate o licenziate”. Murat riprende le dichiarazioni di Ahmet Sik (autore del libro ‘L’esercito dell’Imam’ nel quale, nel 2008, accusò Gulen di infiltrare i suoi allievi e simpatizzanti all’interno delle forze di polizia, dell’esercito e del sistema giuridico con l’obiettivo di prendere il controllo dello Stato) in cui – all’agenzia DW – afferma che tra gli arrestati di questi giorni ci sarebbero sia alcuni personaggi noti per la loro avversione a Gulen (come certe personalità accusate nei maxi processi Ergenekon e Balyoz), sia ufficiali che durante la notte del tentativo di colpo di Stato stavano lavorando per impedirlo [“Un esempio è quello di Erdal Ozturk, capo della terza armata, che nella notte del fallito golpe invitava “tutti i soldati a tornare nelle caserme” come tra l’altro twittato dallo stesso Primo Ministro. Eppure Ozturk la mattina del 18 luglio veniva arrestato con l’accusa di partecipazione al tentativo di colpo di stato. Un caso analogo è quello di Akin Ozturk, definito il leader del tentato putsch. Secondo le prime dichiarazioni del generale, nella notte del golpe avrebbe provato a convincere alcuni ufficiali a impedire il decollo dei caccia. Infatti il 17 luglio il Ministro della Difesa Nazionale Fikri Isik pronunciava queste parole: “Ci sono delle testimonianze che confermano l’impegno di Ozturk per impedire il colpo di stato. Non posso dire che sia stato lui il leader”. Akin Ozturk è diventato generale nel 2013 e anche membro del Consiglio Superiore Militare, la cui presidenza è affidata al Primo Ministro – allora Recep Tayyip Erdogan. Un ulteriore aspetto da evidenziare sarebbe la riabilitazione e nomina ai vertici delle Forze Armate di numerosi generali coinvolti nel processo Balyoz, precedentemente accusati di progettare un colpo di stato militare. Si tratta di Kahraman Dikmen (rimase in carcere per più di tre anni), Yusuf Kelleli (tre anni, 5 mesi e 15 giorni di carcere), Bulent Olcay (quattro anni), Onder Celebi (tre anni), Aykar Tekin (tre anni e mezzo), Cem Okyay (tre anni) e Yanki Bagcioglu (tre anni). Secondo Ali Karahasanoğlu, direttore del quotidiano nazionale Akit, il governo non dovrebbe preferire dei golpisti ad altri, poiché i militari incarcerati nell’ambito del processo Balyoz potrebbero essere ora dipinti come degli innocenti in seguito al tentativo di colpo di stato pianificato dagli ufficiali della comunità di Gulen].

“E come spesso accade in Turchia – scrive Murat Cinar – anche i media sono stati coinvolti, nonostante nella notte del colpo di Stato i golpisti non siano riusciti – se non temporaneamente – a occupare la sede centrale del canale televisivo statale TRT e quella del canale privato nazionale Cnn Turk. La stragrande maggioranza dei media ha quindi continuato a lavorare liberamente e a trasmettere messaggi contro il tentativo di colpo di stato. Non a caso tanto il Presidente della Repubblica quanto il governo li hanno successivamente ringraziati per la collaborazione. Eppure sono stati licenziati 370 dipendenti di TRT, è stato impedito l’accesso ai portali di notizie Medyascope, Gazeteport, Rotahaber, Abc Gazetesi e Karsi Gazete, è stata impedita la stampa e la distribuzione della rivista fumettistica e satirica Leman. Il 19 luglio il Consiglio Superiore della Radio e Televisione (RTUK) ha sospeso la licenza di 13 canali televisivi e 11 canali radiofonici, accusati di aver partecipato al tentato golpe o di averlo sostenuto e di avere dei legami diretti con la comunità di Gulen”.
Il giorno dopo il tentativo di colpo di Stato, Ahmet Sik concludeva con queste parole l’articolo pubblicato su Cumhuriyet: “Con ciò che è accaduto non è stata difesa la democrazia, ma il sistema parlamentare. L’unico vincitore tra il fascismo militare delle controspalline e il fascismo in borghese è stato il fascismo”.

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