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Come abbiamo fatto a ridurci così?

 

Uno osserva la tragica vicenda di Emmanuel nell’amena cittadina di Fermo, viene al corrente dell’ennesima barbarie razzista avvenuta negli Stati Uniti, fa mente locale sul caso della transessuale aggredita fisicamente e insultata con inusitata ferocia sui social network e si domanda: ma cosa stiamo diventando? Cosa sta diventando questa nostra società? Come l’abbiamo ridotta? Come abbiamo fatto a trasformarci in simili belve?
Perché è inutile raccontarci la storiella autoassolutoria che in fondo l’uomo è sempre stato malvagio, dunque ciò che sta accadendo fa parte del normale corso delle cose. È inutile e non è neanche del tutto vero.

Certo, ci sono state guerre sanguinose che hanno provocato decine di milioni di morti; certo, il Sudafrica ha vissuto la tragedia dell’apartheid e l’America quella della segregazione razziale; certo, in Europa abbiamo avuto fascismo, nazismo, franchismo e salazarismo; certo, l’Africa e l’America Latina sono state sconvolte da dittature che gettavano gli oppositori politici nell’Oceano o arrivavano addirittura, si dice, a consumarne le carni; tutto quel che vi pare, ma va anche detto che almeno in Occidente, dagli anni Sessanta in poi, episodi come quelli che in questi giorni stanno diventando la normalità costituivano un’assoluta eccezione.

Il razzismo c’è sempre stato ed è sempre stato esecrabile, per carità, ma questo clima di odio e di rappresaglia degno dell’Alabama degli anni Trenta non si vedeva da tempo, al punto che lo consideravamo ormai un qualcosa appartenente al passato, buono per i libri di storia e per una memoria che è sempre opportuno conservare e trasmettere.

In Italia, poi, specie in provincia, fino a trent’anni fa un caso indegno come quello che ha investito il povero Emmanuel Chidi Namdi e sua moglie Chinyery sarebbe stato impensabile. Sarebbe potuto avvenire forse a Roma, forse a Milano, forse in una qualche altra grande città ma in provincia no, il tessuto sociale e il clima di solidarietà che si sviluppa di solito nei piccoli contesti urbani lo avrebbe impedito o fermato per tempo. Invece è accaduto a Fermo, nelle civilissime Marche, dove a quanto pare non sono pochi coloro che professano senza vergogna la propria fede fascista, si recano in pellegrinaggio a Predappio e danno libero sfogo alla propria disumana brutalità nelle curve degli stadi, cosa che accade sempre più di frequente anche ad altre latitudini, nel silenzio e nell’indifferenza generale.

Trattandosi, nel caso specifico, di esponenti del mondo ultrà, è impossibile non ricordare ciò che disse undici anni fa Liliam Thuram, in seguito a uno sconcertante episodio di razzismo che colpì l’ivoriano Zoro nello stadio di Messina.

Thuram, campione del mondo e d’Europa con la Francia nonché uno dei difensori più forti di tutti i tempi, asserì che il vero problema della nostra società era che fosse stato Zoro e non qualche suo compagno bianco e mai raggiunto dai latrati razzisti dei soliti imbecilli a minacciare di abbandonare il campo nel caso in cui lo scempio fosse andato avanti. E qui si torna al famoso concetto di don Milani: il problema degli altri è uguale al mio, l’ingiustizia degli altri brucia anche sulla mia pelle, il dolore dei più deboli è un qualcosa di cui mi devo fare carico; “I care”, mi riguarda, contrapposto al “me ne frego” fascista, all’individualismo sfrenato thatcheriano, alla scomparsa della politica, dei partiti, delle grandi ideologie e del concetto stesso di aggregazione e confronto pubblico.

Perché questo è successo, non altro: abbiamo distrutto il nostro stare insieme, devastato la politica, immiserito la società, reso le persone più fragili, lasciandole in balia di una crisi che non è affatto solo economica, ed ecco che gli istinti più beceri e incontrollabili dell’uomo sono riemersi nell’arco di pochi anni, provocando una regressione culturale verso il primitivismo per la quale paghiamo costantemente un prezzo altissimo.

Emmanuel e sua moglie, la cui storia prima di arrivare in Italia era già costellata di lutti e di drammi indicibili,  non è altro, dunque, che l’emblema di una società malata, nella quale vige ormai la legge della giungla, la dottrina del più forte, contrapposta a quella giuridica del rispetto di regole comuni, la logica dell’insulto elevato a sistema, dello scherno trasformato in “modus vivendi e operandi”, della repulsione, della chiusura, del principio della faida e della sopraffazione; il tutto condito dall’indifferenza di un universo circostante che non interviene se un uomo viene massacrato di botte, se una ragazza viene data alle fiamme in mezzo alla strada, se un bifolco urina su una mendicante, se un gruppo di vandali distrugge la Barcaccia del Bernini, come se tutto questo mare di schifo montante fosse normale e, quindi, accettabile.

E il punto è che a furia di passare oltre, di minimizzare, di cercare giustificazioni, di trovare attenuanti o, peggio ancora, trascorsa la commozione iniziale, di parlare d’altro, ciò che non dovrebbe mai essere accettato o considerato normale lo diventa, al punto che ormai siamo come mitridatizzati, assuefatti all’inciviltà e per nulla scandalizzati di fronte a gesti che ancora una trentina d’anni fa ci avrebbero indotto a reagire e a denunciare mentre oggi non suscitano in noi alcuna reazione.

D’altronde, se la società non esiste, perché ci si dovrebbe battere per essa? Perché si dovrebbe tutelare il patrimonio pubblico, considerandolo un bene comune, se ci è stato insegnato che il privato è meraviglioso e il concetto stesso di pubblico è ormai obsoleto e da accantonare? E perché si dovrebbe avere rispetto per un uomo venuto da lontano, che magari parla in maniera stentata la nostra lingua, quando ci è stato inculcato per anni che è per colpa sua se non abbiamo lavoro e prospettive, anche se in realtà è vero esattamente il contrario? Infine, perché non dovremmo essere indifferenti in un contesto sociale che, col passare degli anni, è diventato sempre più intrinsecamente fascista, nel senso di menefreghista e totalmente disinteressato agli altri e alle loro esigenze?

Ad armare la mano del bullo da quattro soldi che ha ucciso Emmanuel e picchiato sua moglie è stato lo spirito del branco: l’unica vera guida di una società senza bandiere né ideali da seguire, senza esempi né punti di riferimento.
E badate bene: la mia non è una volontà assolutoria, tutt’altro, ma un tentativo di inscrivere quanto è accaduto in un contesto più ampio, nel tentativo di trovare risposte che vadano al di là della mera compassione ipocrita o, per converso, della scrollata di spalle perché, in fondo, era un povero cristo e pace all’anima sua.

Ciò che mi preme dire è che in questa fogna di società ci saranno presto altri Emmanuel, altri giovani neri americani assassinati da poliziotti che si credono Rambo e decidono di passare all’azione per sfogare le proprie frustrazioni da idioti, altre ragazze uccise per un amore non corrisposto o ormai finito, altri politici che utilizzano un linguaggio da trivio all’interno delle istituzioni e schiere di fessi che continueranno a far finta di niente, in nome di un quieto vivere che tale non è e che a questo punto non è nemmeno desiderabile.

Temo che non ci sarà una reazione civile adeguata: anche Emmanuel sarà dimenticato, come tutti gli altri, in attesa dei prossimi e delle future colate di retorica e di buone intenzioni che poco dopo lasceranno spazio al commento dell’ultima sparata di Renzi o di Salvini, della sfilata di moda e dell’esito delle partite.

Non siamo più in grado di fermarci, non siamo più in grado di farci un esame di coscienza, non siamo più in grado di vergognarci e di dire basta perché sono le nostre menti ad essere state inquinate dalla stessa logica che ha indotto un cretino qualsiasi a trasformarsi in giustiziere nei confronti di un immigrato che stava solo cercando di difendere la dignità della propria donna, apostrofata dal suddetto in maniera irripetibile.

L’avvocato dell’assassino ha obiettato che anche alcuni politici hanno usato termini simili; la signora Chinyery, nel frattempo, ha donato gli organi di Emmanuel per salvare la vita a qualcuno di noi, ai figli di un Paese che è riuscito a rendersi ancora più squallido e crudele degli aguzzini di Boko Haram.

In questa risposta, in questa lezione morale e di vita sta il vero spread fra noi e loro ed è una distanza abissale della quale non ci siamo mai voluti occupare perché in fondo, a pensarci bene, non abbiamo più nemmeno il coraggio di guardarci allo specchio.

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