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Giornata Mondiale Rifugiati: Quelli che l’Europa non vuole proteggere

 

Ibrahim viene dalla Nigeria e non sa nulla del 20 giugno. Racconta di essere sfuggito alla violenza di Boko haram, il gruppo islamista nigeriano più feroce dell’Isis, cerca protezione ma non sa che cosa sia il giorno dei rifugiati. Ibrahim passeggia lungo via Roma e si affaccia sul porto di Lampedusa dove sono ormeggiate le motovedette che hanno soccorso il suo barcone. Dice Ibrahim che nell’hot spot gli hanno fatto riempire un modulo dove non c’era la casella “richiesta d’asilo” da barrare, per l’Italia è un migrante economico destinato ad essere rimpatriato. Ibrahim cerca un telefono per chiamare la sua famiglia, per dire che sta bene.

La giornata mondiale  del rifugiato si apre con la notizia di una strage sul confine tra Siria e Turchia. I militari turchi hanno sparato su un gruppo di persone che attraversava il confine per sfuggire alle bombe del regime siriano. Almeno undici i morti di cui quattro bambini. Lo denuncia l’Osservatorio Siriano per i diritti umani che conta almeno 60 persone ammazzate nello stesso modo e sullo stesso confine dall’inizio dell’anno. Ankara nega, ammette solo spari a scopo intimidatorio.

La Turchia è il paese al quale l’Europa ha delegato la gestione dei suoi confini esterni. Sei miliardi di euro per “contenere i flussi”. Un accordo che ha avuto un effetto evidente con l’azzeramento delle partenze verso le isole greche, ma anche effetti meno noti come il rimpatrio forzato di centinaia di siriani rispediti sotto le bombe del regime e l’affollamento di centri di detenzione turchi come quello di Erzurum dove i rifugiati sono rinchiusi come criminali, comprese le donne, compresi i bambini. Dopo quell’accordo in Grecia cinquantamila rifugiati sono rimasti bloccati, costretti a vivere in condizioni drammatiche. E quell’accordo tra Europa e Turchia è diventato un esempio da replicare, magari in Libia, per fermare la partenza di persone come Ibrahim che l’Italia vuole rimandare in Nigeria.

Nel deserto del Sahara qualche giorno prima della giornata mondiale del rifugiato hanno trovato trentaquattro cadaveri di cui venti erano bambini. Parte di una carovana di rifugiati in marcia verso il Mediterraneo. I superstiti hanno raccontato gli stupri e le violenze che hanno dovuto subire durante quel viaggio infernale lungo la rotta che percorrono tutti i rifugiati prima di riuscire a raggiungere il mare.

L’Europa vuole fermarli prima che salgano su un barcone e lo fa stringendo accordi con i paesi da cui scappano, anche se sono dittature sanguinarie come quella eritrea, o come il Sudan il cui presidente ha un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità. Il “processo di Khartoum” è stato firmato a Roma alla fine del 2014 esattamente con questo obiettivo: l’Europa si impegnava ad investire centinaia di milioni di euro per “promuovere lo sviluppo” nei paesi del Corno d’Africa (Eritrea, Somalia, Etiopia e Gibuti) e di alcuni paesi di transito (Sud Sudan, Sudan, Tunisia, Kenya ed Egitto).

I dati di Unhcr dicono che i rifugiati nel mondo sono circa sessanta milioni. Dieci milioni in più dello scorso anno, il doppio di dieci anni fa. Persone costrette ad abbandonare tutto, che scappano con solo i vestiti che hanno indosso. Il 20 giugno è il giorno in cui dovremmo ricordarci di loro.

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