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Egitto, parte il processo a tre giornalisti. E sul caso Regeni appello dei genitori: chi sa parli

 

Mentre Abdel Fatah al Sisi celebra i suoi due anni di regime e manifesta la soddisfazione per essere riuscito a sventare i “molti tentativi di minare i rapporti tra Egitto e Italia”, inizia al Cairo il processo al presidente del sindacato egiziano dei giornalisti, Yahya Qallash, al suo vice, Khaled al-Balshy, e al segretario generale, Gamal Abdel-Raheem, accusati di aver nascosto nella sede della federazione della stampa due colleghi ricercati per aver partecipato a un sit-in antigovernativo non autorizzato lo scorso 25 aprile.
Nell’aula del tribunale dove si svolgeva l’udienza erano presenti anche una delegazione di rappresentanti dell’Unione Europea, dell’ambasciata tedesca e molti attivisti e avvocati difensori dei diritti umani.
Numerosi agenti della sicurezza hanno presidiato l’ingresso della struttura e l’area circostante nel centro della città per impedire l’accesso alle decine di giornalisti che si erano radunati intorno al palazzo di giustizia innalzando uno striscione sul quale era scritto ”il giornalismo non è un crimine”.
“Quella di oggi – ha spiegato l’avvocato dei tre imputati, Doaa Mustafa – era un’udienza rituale. Abbiamo chiesto un rinvio del processo in modo da avere il tempo per esaminare i documenti”.
Il legale ha inoltre informato di aver presentato diverse denunce contro l’assalto della polizia alla sede del sindacato che ha portato all’arresto dei ricercati. Ma finora non è stata condotta alcuna indagine al riguardo.
Nonostante le poche probabilità che sia avviato un procedimento è stato depositato un esposto con il quale si chiede che la Procura porti a processo chi ha commesso irregolarità.
Durante l’udienza i colleghi egiziani all’esterno del tribunale in segno di protesta e di solidarietà con i tre imputati stringevano silenziosamente in mano una penna.
Qallash, al-Balshy e Abdel-Raheem erano stati arrestati il mese scorso e rilasciati alcuni giorni dopo in seguito al pagamento della cauzione.
I tre erano stati sottoposti a 13 ore di interrogatorio e il 30 maggio rinviati a giudizio con l’accusa di aver offerto rifugio a due latitanti, i giornalisti Mahmud al Saqqa e Amr Badr, catturati durante un blitz delle forze di polizia nell’edificio del sindacato. Gli accusati devono anche rispondere di aver pubblicato notizie false sull’assalto.
Gli episodi ai quali si riferiscono le accuse contro i giornalisti risalgono al primo maggio, quando la polizia fece irruzione, per la prima volta nella storia, nella sede dell’organizzazione sindacale fondata nel 1941. Secondo i colleghi l’operazione fu compiuta con violenza, ma il governo ha sempre smentito questa circostanza.
Dopo una breve camera di consiglio, la Corte del tribunale di Kasr el Nil, ha accolto la richiesta dei difensori di rinviare l’udienza per motivi procedurali. Il processo è stato aggiornato al 18 giugno.
Uno dei tre imputati, Gamal Abdel Rehim. ha dichiarato che il sindacato avrebbe accettato ogni decisione dei giudici ma che “nessuno può chiudere la bocca ai giornalisti”.
La stampa egiziana da alcuni mesi è particolarmente esposta a ritorsioni da parte del regime di al-Sisi, a cui vengono imputate sempre più frequenti violazioni dei diritti umani e le continue repressioni del dissenso.
Molti giornalisti che hanno scritto della scomparsa e del ritrovamento di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato a morte in Egitto, sono stati oggetto di indagini e di tentativi di intimidazioni.

Ma non tutti si sono piegati ai diktat del governo egiziano. Ed è a loro e a tutti coloro che possono avere notizie e informazioni sulla fine del giovane, che la madre, Paola Regeni, ha rivolto un appello affinché raccontino quello che sanno.
In questi giorni la mamma di Giulio ha rilasciato una lunga intervista a “L’Espresso”, che ha lanciato la piattaforma Regeni leaks per raccogliere testimonianze sul caso con la garanzia della massima tutela di anonimato.
La signora Regeni ha raccontato che la vicenda di Giulio l’ha portata a seguire non solo lo svolgimento delle indagini sulla sua morte ma anche tutto quello che si sviluppa e si amplifica attorno al caso.
“Depistaggio è una parola che è divenuta parte del nostro lessico familiare” dice Paola “fin dalla comunicazione che abbiamo avuto della scomparsa di Giulio da parte dell’ambasciatore Maurizio Massari, nello stordimento emotivo, abbiamo iniziato ad intuire che altro doveva ancora accadere”.
I genitori del 27enne friulano sono consapevoli che la sparizione, e poi la tortura a morte del figlio, è solo un parte di un ingranaggio enorme “che gira, forse su se stesso, non si ferma, non mostra mai una parte definita e  rimanda sempre più lontano”.

Claudio e Paola vorrebbero che tutto si fermasse ed acquisisse un’immagine definita e chiara.
Per trovare la verità, per sapere perché abbiano fatto tanto male a Giulio… Chi lo ha permesso? Chi pensavano che fosse?  Perché non pensare che era uno straniero e che ci sarebbero state ripercussioni politico-diplomatiche? Perché non si sono fermati? A queste domande la famiglia di Giulio,  consapevole che possano non arrivare mai le risposte che cercano, affianca un’ulteriore richiesta a chiunque sappia, abbia visto o sentito cosa sia successo al loro ragazzo in quei terribili otto giorni.

Questo perché non si deve, non si può prescindere dalla verità. Se vogliamo giustizia, non solo per Giulio ma per tutti gli egiziani che vedono violati i loro diritti umani, bisogna continuare a tenere alta l’attenzione sull’Egitto per squarciare il buio che sta calando inesorabilmente sulla vicenda, insieme ad Amnesty, al collettivo “Giulio siamo noi” e a tutti coloro che non smetteranno mai di chiedere ‘verità per Giulio Regeni’.

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