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Quer pasticciaccio brutto al Campidoglio. Tra mafia capitale e affittopoli, quale sindaco per Roma?

 

 

Scegliere il nuovo “Cesare” che siederà sul più alto scranno del Campidoglio è per i “Cives romani” come trovare la soluzione ad un intricato giallo poliziesco scritto da George Simenon, creatore del commissario Maigret, o da Carlo Emilio Gadda, antesignano del “poliziesco all’italiana” col suo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

Il 5 Giugno, finalmente 2 milioni e mezzo di romani si recheranno alle urne per scegliere il nuovo sindaco, dopo la traumatica, anziché taumaturgica esperienza del “marziano” Marino. La scelta sarà difficile e piena di incognite: etica e politica si intrecciano sempre più, ponendo a tutti gli elettori decisioni civiche e morali, che chiudano col passato.

La cronaca di queste settimane, il perenne sfascio economico, urbanistico, sociale e culturale della città c’impongono alcuni spunti di riflessione, mentre le forze politiche si sono azzannate tra loro per scegliere aspiranti sindaco in grado di riuscire a catalizzare qualche migliaio di voti in più, preoccupati di arginare un forte astensionismo di protesta, serpeggiante in vari strati della popolazione (alle elezioni del 2013 la percentuale dei votanti si attestò al 52%, rispetto al 72% del 2008).

Il Teatrino della politica “alla carbonara” ha riproposto una sorta di “Pasticciaccio brutto”, frutto di un intenso lavoro sotterraneo, all’oscuro dell’opinione pubblica. A quanto ci risulta, infatti, alcuni “maggiorenti” del PD e di Forza Italia, spalleggiati dagli abituali “maitres à penser”, che nella Capitale fanno e disfano da tempo le fortune politiche di molti pretendenti al Parlamento e ai consigli comunali e regionali, hanno stretto un “Patto per una giunta di alleanza istituzionale”, comprendente le liste che appoggiano Giachetti e quelle di Marchini, col sacrificio temporaneo di Bertolaso, che poi dovrebbe essere ripescato per un ruolo di “Supercommissario alle emergenze” (smaltimento rifiuti, infrastrutture e trasporti), nella speranza che al ballottaggio con la candidata del Movimento 5 Stelle, Raggi, vinca il candidato sindaco gradito al PD.

Il “sacrificio” di Bertolaso, nelle intenzioni dei “padroni forti” della Capitale (esponenti ex-comunisti, ex-missini da sempre contro Alemanno, Forzitalioti passati con Alfano, palazzinari storici, editori locali, imprenditori confindustriali, maggiorenti della Camera di Commercio), servirebbe a erodere voti alla Meloni, candidata dalla sua lista di destra nostalgica insieme ai leghisti-lepenisti di Salvini, data finora favorita rispetto a Giachetti nella corsa al ballottaggio contro la Raggi. Marchini è, nelle intenzioni di questo “pasticciaccio brutto”, un candidato “di disturbo” che prenderebbe voti dal centrodestra moderato, dagli ambienti interessati a fare affari della pubblica amministrazione capitolina, e i “nostalgici” di un certo elettorato ex-comunista, da sempre con le mani in pasta nelle attività del Comune. Quando al PD hanno visto che al ballottaggio con la Raggi non sarebbe arrivato Giachetti ma la Meloni, hanno sondato il terreno dei berlusconiani e di Marchini per far convogliare sull’ “immobiliarista rosso” i loro voti al secondo turno, certi di togliere voti da sotto i piedi della Meloni.

Se non sarà Giachetti lo sfidante al ballottaggio, insomma, toccherà a Marchini tenere alta la bandiera dell’inciucio tra centrosinistra e centrodestra nel nome di “un’emergenza istituzionale”. Il rischio, però, è che con il sistema elettorale attuale, Giachetti o Marchini anche se vincessero alla fine contro la Raggi, non prenderebbero un numero di consiglieri tali da garantire la maggioranza, in quanto arrivati secondi al primo turno. E l’impasse strangolerebbe la Capitale!

Forse, ci vorrebbe il rude e incorruttibile commissario Ingravallo, (impersonato dal regista Pietro Germi nel film “Un maledetto imbroglio”, che si rifaceva al romanzo di Carlo Emilio Gadda), per districare l’intricata matassa dei “Mali di Roma” e mettere al bando le trame dei potentati storici, politici e imprenditoriali, che nei decenni hanno permesso il “Sacco” della Capitale, fino agli odierni scandali, fino a creare un buco di miliardi di euro nelle casse comunali, che tutti i cittadini devono ripianare attraverso le più esose tasse locali nazionali ed europee e con la riduzione drastica dei servizi fondamentali per la città. Un dato esemplificativo è quello relativo all’imposizione fiscale locale nelle maggiori città, che vede in testa Roma dove, tra Imu, Tasi, Irpef regionale e comunale e Tari, l’esborso medio nel 2015 è stato di 2.726 Euro pro capite; a Napoli di 2.576; a Torino di 2.458; a Milano di 2.422; a Bologna di 2.279; a Genova di 2.209.

Nel frattempo, le opere urbanistiche si sono bloccate, impantanate nella melma del malaffare: dalla “messianica” terza linea della Metro alla “cura del ferro” con tranvie e ferrovie locali ampliate, al ripristino della rete aerea elettrica per i filobus, al piano parcheggi pubblici. All’appello per la ripresa civile ed economica della Città Eterna mancano poi: un piano di tutela e sviluppo del commercio e dell’artigianato, una lotta razionale e non ideologica a traffico e inquinamento, le politiche giovanili/occupazionali, l’assistenza agli anziani e alle fasce più bisognose. E che dire dell’occasione perduta del Giubileo per il rinnovo delle infrastrutture viarie e dei trasporti? E della mancata affluenza turistica (calo del 30% secondo le stime delle associazioni di settore rispetto al 2015)?

Il quadro desolante sembra portarci indietro, ai tempi della collusione tra giunte democristiane/socialiste, palazzinari e la potente Immobiliare del Vaticano. In 40 anni, la Capitale ha perso la sua identità civile, culturale, economica e ha creato delle mostruosità a livello sociale. La degenerazione del tessuto cittadino è evidenziato dagli efferati fatti di cronaca quotidiana, dall’assenza di una azione di “deterrenza” da parte delle forze dell’ordine, dall’incapacità, quando non addirittura negligenza, nel controllo e repressione della distorsione del libero mercato ad opera di ambienti malavitosi italiani (camorra, mafia e ‘ndrangheta) e stranieri (la mafia cinese e quelle nordafricane), che hanno messo le mani su vasta parte del commercio al minuto e all’ingrosso, stravolgendo intere zone, anche quelle “pregiate” del Centro storico. Un Comune che da un decennio almeno non sa o non vuole programmare le attività produttive quartiere per quartiere, Municipio per Municipio, contrastando anche le inique consuetudini dell’aumento progressivo e indiscriminato degli affitti dei negozi (artigiani e botteghe storiche ormai chiuse per sempre!), non può certo chiedere poi ai cittadini di fare sacrifici, aumentando le tasse locali su redditi, nettezza urbana e case del 18% in due anni!

Ma non può neanche ritenersi un comune moderno e all’altezza delle più grandi capitali europee (Londra, Parigi, Berlino, Madrid), quando non riesce a proporre una programmazione di eventi culturali ed artistici o, più semplicemente, neppure ad imporre per contratto che sugli autobus si possano pagare i biglietti con una piccola maggiorazione, che poi andrebbe a favore degli stessi autisti, pratica comune nelle maggiori capitali del Nord Europa anche in funzione dei non-paganti.

Le mani della camorra sulla filiera agroalimentare, le connessioni tra mafie romane e cinesi, il ruolo dei prestanome nell’acquisto delle licenze commerciali (soprattutto alimentari e ortofrutticole) per riciclare il “danaro sporco”, poi gestite da egiziani ed emigranti del Bangladesh (godono di un trattamento fiscale di favore per almeno 4 anni, rispetto ai commercianti romani), legati anche al fondamentalismo islamico, rendono il panorama ancor più desolante e indegno della Capitale, “culla della Cristianità”. L’aumento della criminalità comune “spicciola” genera insicurezza in vasti strati popolari, spingendoli anche a posizioni fortemente xenofobe: dai borseggi su metro e bus, spesso ad opera di gang di minori zingari, ai furti nelle abitazioni, alle truffe nei confronti degli anziani. Anche nell’elettorato tradizionalmente “di sinistra” sta crescendo un risentimento erroneamente etichettato “razzista” verso i Rom, protagonisti di crimini minori e di attività illegali non perseguite dalle forze dell’ordine: ogni settimana, ad esempio, dai campi Rom dell’Anagnina si levano nel cielo fiamme e fumi zeppi di diossina, che invadono i quartieri limitrofi fino all’aeroporto di Ciampino, mettendo a rischio anche i voli low-cost.

Un altro marchingegno di “distrazione di massa” è poi la corsa per ottenere le Olimpiadi del 2024, mentre stiamo ancora pagando le spese per i fallimentari Mondiali di calcio del 1990, organizzati e presieduti da Luca Cordero di Montezemolo, oggi a capo della Alitalia-Etihad, e nonché presidente del Comitato organizzatore per le Olimpiadi. Dopo lo scandaloso flop dei Mondiali di nuoto del 2009, che portò alla scoperta della cosiddetta “cricca degli appalti”, ecco profilarsi una nuova occasione disastrosa per i conti pubblici della Capitale e dello stato, come dimostrano i bilanci in rosso delle città che hanno ospitato sia le Olimpiadi sia i Mondiali di calcio.

Per risolvere i “mali pluriennali” di New York ci volle lo “Sceriffo” Rudolph Giuliani, già procuratore antimafia, amico ed estimatore dei nostri Falcone e Borsellino. Fu una cura da cavallo che, però, all’insegna della “tolleranza zero” contro malavita e malaffare riportò ordine, legalità e sviluppo economico e culturale alla città della Grande Mela tra il 1994 e il 2001. Giuliani era un indipendente eletto nelle liste dei Repubblicani, ma votato anche da moltissimi Democratici. Ma allora, forse per risollevare Roma più che uno Sceriffo all’americana ci servirebbe un emulo, in pantaloni o in gonna, del commissario Ingravallo?

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