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Bangladesh, la caccia ai giornalisti di opposizione

 

Ha 81 anni, soffre di diabete e di problemi cardiovascolari, è in isolamento e, oltre alle cure mediche, gli vengono negate carta da scrivere e penna. Shafik Rehman (nella foto), direttore del mensile “Mouchake Dhil”, è in carcere dal 16 aprile e in isolamento dal 27 dello stesso mese con l’accusa di aver preso parte a un complotto per assassinare Sajib Wazed Joy, residente negli Usa e figlio, nonché consulente in materia di informazione e tecnologia della prima ministra del Bangladesh Sheikh Hasina.

Dopo un ricovero urgente,  il 19 maggio, Rehman è tornato in prigione, nell’ospedale del carcere di massima sicurezza di Kashimpur. Rehman, che non ha mai fatto mistero di simpatizzare per il Partito nazionale del Bangladesh, il principale partito di opposizione del paese, è stato più volte preso di mira per i contenuti dei suoi articoli. Era stato già in carcere dal 2013 al 2015 con l’accusa di sedizione.

Il suo non è l’unico caso di persecuzione nei confronti di giornalisti critici nei confronti del governo di Sheikh Hasina. A febbraio Mahfuz Ahnam, direttore del “Daily Star”, è stato raggiunto da 83 capi d’accusa ai sensi delle leggi contro la sedizione e contro la diffamazione. A testimonianza dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti, una volta è stato convocato a comparire in giudizio lo stesso giorno alla stessa ora in vari tribunali del paese.
Sempre a febbraio, il direttore di “Prothom Ali”, la versione in lingua bengalese del “Daily Star”, è stato incriminato per diffamazione e offesa ai sentimenti religiosi. Il 25 aprile Mahmoud Rahman, direttore del quotidiano di opposizione “Amar Desh” è stato arrestato con l’accusa, anche per lui, di aver preso parte al complotto per uccidere il figlio di Sheikh Hasina.

L’atteggiamento del governo del Bangladesh è, a voler usare un’espressione moderata, deplorevole. Da un lato, pare dedicare tutte le sue energie a perseguitare giornalisti che hanno l’unica colpa di fare il loro mestiere. Dall’altra, non riesce a venire a capo di un’impressionante scia di omicidi di blogger, docenti universitari, esponenti di minoranze religiose e attivisti per i diritti delle persone Lgbti.

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