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Centovent’anni: auguroni, vecchia “Gazza”!

 

Centovent’anni: auguroni, vecchia “Gazza”! “La Gazzetta dello Sport” festeggia un anniversario storico e noi, come sempre, la attendiamo in edicola, con un filo di emozione in anni e anni di appassionata compagnia e con lo sguardo rivolto, come sempre, al futuro, in attesa di nuove evoluzioni, di nuove rubriche, di nuove interviste, di nuovi inserti, di nuove analisi e di tutto ciò che ruota intorno a quel pianeta rosa che ci accompagna fin da bambini. Il mio primo ricordo legato alla “Rosea” riguarda le domeniche pomeriggio e i lunedì mattina del periodo a cavallo fra l’infanzia e l’adolescenza: la domenica mamma mi prendeva la “Gazza” per consentirmi di leggere le formazioni e la presentazione delle varie gare e di segnare con una crocetta i marcatori, mentre seguivo alla radio “Tutto il calcio minuto per minuto”, e il lunedì me la prendeva per leggere le pagelle, i commenti e il racconto dettagliato di tutti gli incontri, compresi i campionati esteri, di cui all’epoca scoprivo gli squadroni seguendo la Champions in tv il martedì e il mercoledì.

È grazie a quel rituale domenicale, a quelle mani nere d’inchiostro, a quel connubio fra la schedina per segnare i risultati e la “Rosea” per segnare i marcatori e aggiornare mentalmente la classifica, guidato dalla voce di radiocronisti eccezionali che anni dopo, in alcuni casi, ho avuto la fortuna di conoscere di persona, è grazie a questa passione bambina che si è formato in me quell’immaginario sportivo e poetico che tuttora mi caratterizza.

Perché questo rito quotidiano, questo giornale diverso dagli altri, questo spazio di fanciullezza e di piacere in mezzo al tanto dolore e alle tante cronache negative del nostro tempo barbaro costituisce una sorta di resistenza morale all’abisso. È la classica stecca nel coro, il rifiuto di arrendersi al male, il desiderio pervicace di non rassegnarsi alla brutalità, la bellezza che prevale sull’orrore, il racconto di gesta che un giorno ricorderemo e racconteremo a figli e nipoti ma è anche, per l’appunto, l’omaggio che ciascuno di noi rende quotidianamente al bambino che è stato, quando bastava uno spiazzo di terra brulla, un pallone a caso e due giubbotti messi da una parte e dall’altra a delimitare le porte per sentirsi a San Siro, immaginandosi campioni o grandi inviati in attesa di scrivere il pezzo dall’Azteca prima del 4 a 3 di Rivera.

È anche grazie alle tante iniziative della “Gazza”, inoltre, che ho acquisito la passione per gli speciali e per la cronaca che diventa storia, per la cruda narrazione dell’avvenimento sportivo che diventa analisi sociologica e poi fenomeno di costume; ed è anche grazie ai fondi di Cannavò che ho imparato a considerare lo sport come un immaginario collettivo, uno sguardo aperto sul mondo, un pianeta complesso e talvolta non dissimile, né tanto meno separato, da quello spesso controverso della politica.

Non avevo ancora incontrato Ghirelli e la sua epica, non avevo ancora stretto amicizia con Ugo Russo, Carlo Nesti e le loro voci che riuscivano a far appassionare anche a partite oggettivamente brutte, non avevo ancora scritto il mio primo articolo ma il seme si era depositato in me e andava solo innaffiato, con onestà, dedizione, costanza e con la stessa artigianale meraviglia con la quale viene realizzata ogni giorno quell’antica storia rosa che ha dato vita al Giro d’Italia e caratterizzato con il proprio colore la maglia del vincitore.

Una narrazione a metà fra cronaca e letteratura, poesia ed epica, bellezza e avventura, racconto e riflessione sul nostro tempo, sul suo scorrere, sul mutare delle abitudini e degli stili di vita, sul nostro crescere e sul nostro desiderio fanciullesco di rimanere sempre un po’ bambini. E così, ogni giorno, in edicola, al bar, in ufficio o in una chiacchierata con gli amici, la “Gazza” altro non è che la mano tesa di tanti uomini adulti ai ragazzi che furono, a quelle domeniche indimenticabili che non torneranno più: prima della tv a colori, prima delle pay-tv, prima che il denaro rubasse tutta la scena e scacciasse in malo modo il nostro animo romantico, prima dei campioni milionari, del divismo e della deriva commerciale dell’intera esistenza. E per chi ha la mia età, dunque è nato in piena epoca commerciale e divistica: prima della presa di coscienza, prima della rassegnazione al peggio, prima della presa d’atto di non potersi opporre a forze soverchianti, prima di doversi arrendere ai numeri ridicoli, alle maglie trasformate in cartelloni pubblicitari e alle star planetarie che chiedono contratti da oltre trecentomila euro a settimana, prima di tutto questo c’è stato un sentimento, una storia, un cuore, un’anima, una magia che, nonostante il disincanto che inevitabilmente ci coglie, quel quotidiano rosa è in grado di rievocare.

Per questo, sette giorni su sette, la “Gazza” è una compagna di giochi irrinunciabile: perché in fondo, anche nel cuore del più cinico e avido dei manager, alberga ancora il ricordo di quel bambino che inseguiva un pallone da due soldi nel cortile di casa, con la mamma che lo sgridava perché tornava tutto sporco, i pantaloni eternamente macchiati e strappati e le scarpe logore per l’eccessivo uso. Senza quella vocina interiore, l’umanità si sarebbe già estinta. Invece resiste, e questo piccolo piacere quotidiano è un modo per tenere viva quella fiammella di ingenuità di cui, specie di questi tempi, non possiamo fare a meno.

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