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Armaroli (Cnr). Votiamo “Si” per non farci rubare il futuro. Solo Energie rinnovabili per la civiltà moderna. Il governo non ha rapporti con la comunità scientifica

 

Perché votare “Sì” al referendum di domenica. In un articolo-intervista pubblicato da “Sapere”, la prima  rivista di divulgazione scientifica italiana, il  direttore, Nicola Armaroli, dirigente del Consiglio nazionale delle Ricerche di Bologna risponde alle tante domande che in questi pochi  giorni di campagna elettorale sono circolate nei dibattiti, nella informazione, molto scarsa, dei media. Di seguito riportiamo parte della intervista, a partire dalle concessioni, dall’uso attuale del petrolio e del gas, i rischi ambientali, gli eventuali impatti sull’occupazione, le energie rinnovabili, i rapporti fra comunità scientifica e governo.

Cosa è esattamente una concessione e quanto dura? È cambiato qualcosa di recente nel regime di queste concessioni?

Le risorse del sottosuolo sono proprietà dello Stato, che però non si dedica direttamente ad attività estrattive ma le affida “in concessione” ad aziende energetiche specializzate. La procedura è complessa: prima lo Stato rilascia “permessi di ricerca” che, in caso di ritrovamento di risorse sfruttabili, possono evolvere in “concessioni di coltivazione”. Sulla base di queste ultime, le aziende realizzano le infrastrutture necessarie alla produzione, tra cui le piattaforme e i pozzi.

Fino allo scorso anno la legge italiana prevedeva che le concessioni di coltivazione (ovvero di estrazione) di idrocarburi durassero 30 anni, prorogabili per ulteriori 5 o 10 anni. La Legge di Stabilità 2016 stabilisce che tali titoli non abbiano più scadenza e restino in vigore “fino a vita utile del giacimento”.

Le concessioni che sarebbero progressivamente revocate nel prossimo decennio, in caso di vittoria del “Sì”, dove sono e a quali aziende appartengono?

Queste concessioni riguardano il mare Adriatico (di fronte alle coste di Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo), il mar Ionio (provincia di Crotone) e il canale di Sicilia (provincia di Ragusa e Caltanissetta). La maggior parte riguarda esclusivamente estrazione di gas, solo 5 riguardano anche petrolio (una di queste unicamente petrolio). Le aziende titolari delle concessioni sono ENI (o sue controllate) e Edison.

Quanto petrolio e gas possiamo ancora estrarre in Italia, complessivamente?

Nella improbabile e ultraottimistica ipotesi che le risorse certe e probabili siano interamente estratte e sfruttate, l’Italia coprirebbe meno di 2 anni di domanda di gas e poco più di 3 anni di domanda di petrolio, agli attuali livelli di consumo. A questo proposito è importante rilevare due dati significativi:

tra il 2005 e il 2014 i consumi di gas in Italia sono calati del 28% e quelli di petrolio del 33%, non siamo un Paese disperatamente alla ricerca di nuovi approvvigionamenti;

i costi di estrazione di petrolio in Italia si aggirano attorno ai 50 $/barile. Con i prezzi attuali, attorno ai 40 dollari, la produzione italiana (assieme a quella in molte altre aree geografiche) è fuori mercato. L’Arabia Saudita, abbassando di proposito il prezzo del petrolio, ha raggiunto lo scopo di imporsi, ancora una volta, come regista del mercato mondiale.

In questo scenario l’Italia e l’Europa, con le loro misere riserve residue, non hanno voce in capitolo: è sommo interesse strategico nazionale pianificare l’abbandono progressivo degli idrocarburi.

Viste le esigue quantità disponibili, perché è appetibile estrarre idrocarburi in Italia?

In Italia vige un regime di concessione estremamente “benevolo”, che aveva ragion d’essere quando ENI era al 100% proprietà dello Stato ed era di fatto l’unica azienda impegnata nello sfruttamento degli idrocarburi nazionali. Oggi ENI è una società per azioni quotata in borsa e opera in competizione con altre aziende private, spesso straniere. Questo vecchio regime di concessione è oggi vantaggioso solo per le aziende energetiche, non per la collettività nazionale.

I canoni per i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione ammontano a poche decine di euro per km2. Altrettanto basse sono le percentuali sugli utili che le aziende energetiche pagano allo Stato (royalties): per il petrolio in mare sono del 7% e per il gas del 10%, ma sono pagate solo oltre una certa quota produttiva (quindi conviene produrre poco…). Tra l’altro, il sistema della royalties è ormai superato in tutti i Paesi più avanzati, tranne appunto l’Italia. Normalmente le aziende versano allo Stato una percentuale dei profitti che, in Norvegia, sfiora l’80%!

A quanto ammontano le royalties pagate dalle aziende che estraggono idrocarburi?

Tutti i dati sono presenti sul sito del Ministero. Nel 2015 lo Stato ha incassato 55 milioni di euro, una cifra irrisoria nel bilancio nazionale. Le Regioni hanno incassato 163 milioni, di cui 143 alla sola Basilicata (16 milioni al Comune di Viggiano, che conta 3200 abitanti). L’Emilia Romagna – che ha 4,5 milioni di abitanti e un bilancio regionale di 12 miliardi – ha incassato 7 milioni. 1,5 euro per abitante: un’elemosina che non compensa neppure i danni ambientali di questo tipo di attività, in primis la subsidenza.

Nel caso di vittoria del “Sì”, che senso avrebbe lasciare nel sottosuolo petrolio e gas, dato che le infrastrutture di estrazione sono già in loco?

Ci sono almeno quattro buoni motivi per lasciarli dove sono:

Non è accettabile che alle compagnie petrolifere debba essere concessa la disponibilità di una risorsa pubblica a tempo indeterminato. Nei Paesi democratici è regola porre precise scadenze temporali alle concessioni date a società private che sfruttano beni appartenenti allo Stato, cioè a tutti. Le regole dello Stato liberale debbono valere sempre e per tutti.

Come recita il movimento britannico Keep it in the ground, dobbiamo essere consapevoli che il margine per ulteriori aggiunte di CO2 in atmosfera è ormai minimo. Gli idrocarburi vanno lasciati il più possibile dove sono perché la destabilizzazione del clima è una delle più imponenti minacce che grava sul futuro della nostra civiltà. Cominciamo da casa nostra.

Per disinnescare altri quesiti referendari, il Governo ha vietato per legge nuove concessioni entro le 12 miglia marine, anche perché ritenute potenzialmente dannose per un’attività ben più rilevante per l’economia italiana: il turismo. È ragionevole liberare definitivamente le acque territoriali italiane dai rischi connessi a queste attività. Certificato che queste sono le ultime risorse di petrolio e di gas che abbiamo in Italia, abbiamo il dovere morale di lasciare qualche risorsa del sottosuolo anche alle generazioni future. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo consumare tutto noi.

Quali tipi di rischi ambientali esistono?

Gli impatti ambientali degli idrocarburi cambiano a seconda che si tratti di ricerca, estrazione o uso.

Nella fase di ricerca dei giacimenti, può essere utilizzata la tecnica di indagine geofisica nota come “Air-gun”, che potrebbe avere un impatto negativo sulla fauna marina (il tema è controverso).

Per quanto riguarda l’estrazione, uno degli impatti più seri – che colpisce in particolare l’Adriatico settentrionale – è la subsidenza, un fenomeno naturale esacerbato dalle attività di estrazione, che ha già causato molti danni. È poi stato rilevato di recente che nei pressi delle piattaforme in mare vi è un aumento della concentrazione di diversi inquinanti. Inoltre, nonostante si tratti di un rischio a bassissima probabilità, un ingente sversamento accidentale di petrolio in mare avrebbe conseguenze ambientali ed economiche catastrofiche. In particolare per l’Adriatico, che è un mare molto chiuso, caratterizzato da una profondità media inferiore a 100 metri nella parte centro-settentrionale.

Infine abbiamo un problema di carattere più generale: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico che contribuisce a causare milioni di morti ogni anno per inquinamento atmosferico e accresce la temperatura del pianeta attraverso gli scarti dei processi di combustione. Con l’Accordo di Parigi, il nostro Governo ha dichiarato di voler fare la sua parte per la lotta ai cambiamenti climatici. È ora che l’Italia adotti, nei fatti e non solo a parole, una politica energetica coerente sino in fondo con gli accordi che sottoscrive a livello internazionale.

Qualcuno obietta che estrarre idrocarburi in Italia aumenta il rischio e il danno ambientale globale poiché, in alternativa, si estrarrebbe in Paesi con minori controlli ambientali. Inoltre, transiterebbero più petroliere nei nostri mari.

Rinunciare a meno dell’1% di consumo nazionale di petrolio equivale al carico di tre petroliere di medie dimensioni in un anno. Inoltre, l’ultimo grande incidente petrolifero (Golfo del Messico, 2010) è avvenuto a una piattaforma e non a una petroliera.

A proposito di inquinamento, occorre poi sottolineare che le grandi multinazionali europee, che vorrebbero trivellare i nostri fondali marini vantando grandi performance ambientali, non brillano su questo aspetto nelle aree produttive più povere del mondo, come per esempio il Delta del Niger in Africa. Le pratiche di sostenibilità ambientale non possono valere solo laddove i controlli sono più stretti, ma debbono valere sempre.

Limitando l’industria estrattiva in Italia, ci saranno impatti negativi sull’occupazione?

La maggior parte degli italiani addetti al settore estrattivo lavorano all’estero. Considerando il quadro qui descritto, l’eventuale effetto sull’occupazione in Italia sarebbe ridotto e diluito nel tempo. Occorre poi sottolineare che il numero di posti di lavoro creati dalla filiera rinnovabile, che è il futuro, è almeno quatto volte superiore a quello dell’industria degli idrocarburi, che è il passato. Quest’ultima è per sua natura a bassa intensità di lavoro.

In questi ultimi 3-4 anni sono state perse decine di migliaia di posti di lavoro, a causa delle politiche miopi e vessatorie che hanno tagliato le gambe all’ascesa delle rinnovabili per favorire, ancora una volta, i combustibili fossili. Si tratta per lo più di aziende piccole e piccolissime che spesso non hanno voce, ma è stata una vera e propria ecatombe.

Anche in un Paese poco propenso a progettare il futuro come l’Italia bisognerà farsene una ragione: tutte le transizioni epocali innescano grandi ristrutturazioni industriali e occupazionali. La transizione energetica non farà certo eccezione.

Il Governo ascolta la comunità scientifica?

Attraverso un’esperienza di oltre 15 anni, posso dire che tutti i Governi, di qualsiasi colore, hanno sinora sistematicamente ignorato la voce della comunità scientifica sui temi dell’energia. Nell’ottobre 2014, assieme ad alcuni colleghi di Università e centri di ricerca di Bologna abbiamo inviato una lettera al Governo, nella quale chiediamo di aprire un confronto sulla Strategia Energetica Nazionale. Nessuno ha avuto il garbo istituzionale di rivolgerci un cenno. Nella maggior parte dei Paesi avanzati esistono strumenti per far dialogare i diversi attori sociali portatori di conoscenze e interessi diversi (politici, scienziati, tecnici, cittadini).

Cosa perde e cosa guadagna l’Italia, limitando le estrazioni di idrocarburi?

Numeri alla mano, l’Italia perde davvero poco. D’altro canto, privilegiando lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili – manifatturiero e conoscenza – ne guadagnerebbe enormemente in termini di innovazione e posti di lavoro, di qualità della vita delle persone, di rispetto degli impegni internazionali. Penso poi che la promozione del turismo, del cibo e dell’agricoltura di qualità siano valori inestimabili che non dobbiamo mettere a rischio per nessuna ragione. Tanto meno per estrarre quantità residuali di idrocarburi, sostanzialmente regalate ad alcune grandi aziende energetiche.

È possibile far funzionare la civiltà moderna solo a energia rinnovabile?

Non solo è possibile, ma è anche un’opzione senza alternative. I combustibili fossili inquinano e compromettono il clima. L’unica possibilità di sopravvivenza per la nostra civiltà è passare nel più breve tempo possibile all’uso dell’unica fonte energetica illimitata di cui disponiamo, il Sole. Senza però dimenticare che solo utilizzando in modo oculato le (limitate) risorse naturali a nostra disposizione (metalli, acqua dolce, biomasse, ecc.) saremo in grado di fabbricare i convertitori e gli accumulatori di energia solare che ci servono. Sarà una sfida molto complessa, ma non impossibile.

L’Italia a che punto è?

Se avete in casa una bolletta elettrica di qualche anno fa, confrontatela con quella di oggi. Nell’ultima pagina troverete i dati delle fonti primarie utilizzate per produrre elettricità in Italia. Vedrete che nel 2008 il 48% era ottenuto bruciando gas, mentre le rinnovabili contribuivano con il 27%. Oggi la situazione è quasi ribaltata, siamo 28 a 43. Quindi, non abbiamo bisogno di più gas, ma di meno gas.Non c’è alcuna ragione al mondo per bloccare questo processo epocale. Se non vogliamo farci rubare il futuro, il 17 aprile dobbiamo andare a votare. E votare “Sì”.

Da “Sapere”

Da jobsnews

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