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Caso Al-Nimr: l’Arabia saudita rompe relazioni con l’Iran

 

A settembre su Articolo21 avevamo seguito la storia Ali al-Nimr attivista sciita di vent’anni prigioniero di tribunali delittuosi dell’Arabia Saudita – quelli che si macchiano della decapitazione, fucilazione, crocifissione e della putrefazione del corpo- condannato per la “partecipazione a manifestazioni antigovernative” e nipote di Sheikh Nimr Baqir al-Nimr sceicco ed eminente religioso sciita la cui condanna a morte è stata eseguita nel giorno delle 47 esecuzioni capitali -il supremo vento crudele del becchino inappagato- condotte secondo Il Gran mufti saudita, Sheikh Abdul-Aziz Alal-Sheikh, nel rispetto della Sharia, la legge islamica, “garantendo il diritto della difesa e con l’obiettivo di tutelare la sicurezza nel Regno”.

Quasi elargendo una ”grazia ai prigionieri”, in quanto la morte eviterà loro di commettere “altro male e di causare caos”, una lusinga all’orrore che non racconta come le sentenze sono figlie di confessioni estorte dai carnefici con maltrattamenti e torture sfruttando il desiderio di qualunque creatura di sottrarsi al dolore che ti scortica via pelle e anima.

L’esecuzione a Riad dell’imam, leader delle proteste sciite nella parte orientale del regno durante la “primavera araba”, tra il 2011 e il 2012, la cui condanna per  “incitamento alla lotta settaria” era stata confermata lo scorso ottobre, ha innescato la reazione del mondo sciita.
In Iran l’Ayatollah Ali Khamene ha definito l’esecuzione dell’imam un “errore politico, il sangue di questo martire oppresso versato ingiustamente mostrerà presto le sue conseguenze e la vendetta divina si abbatterà sui politici sauditi”, assediato il consolato di Riad a Mashad nel nord del paese e bruciata con bombe molotov dai manifestanti l’ambasciata saudita a Teheran.
Condanna per il giudizio capitale di Nimr al-Nimr anche del Supremo consiglio islamico sciita del Libano, in Iraq e dei ribelli sciiti Houthi dello Yemen.

L’Arabia Saudita che ha accusato Teheran di nutrire il “terrorismo” è una monarchia a maggioranza sunnita -il termine deriva dall’arabo Ahl al-Sunnah che significa “il popolo osservantemente delle tradizioni di Maometto” è la scuola di pensiero più ortodossa, i sunniti rappresentano l’80% del totale dei musulmani, gli sciiti  Shi’atu Ali, ovvero “sostenitori politici di Ali”, genero di Maometto costituiscono solo Il 15% ma loro diffusione in Iran è al 90%.
Le due terre così distanti nel culto religioso appaiono però profondamente simili nella competenza assassina di ogni libertà di un uomo. Nella negazione inconfutabile al diritto di parola, incurabili idolatri della morte somministrata, talento comune in cui prospera il dolore e si crea il male.

Faisal bin Hassan Trad, ambasciatore dell’Arabia Saudita, è stato eletto per il 2016 a capo della commissione incaricata di nominare gli esperti indipendenti impegnati a vigilare sul rispetto dei diritti umani nel mondo. Scelta che tradisce una profonda ambiguità, che innesta il virus della farsa nella lotta alla barbarie dei vili.

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