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Arabia Saudita, nella mobilitazione internazionale la speranza di salvare la vita a Ashraf Fayadh

 

Ashraf Fayadh, 35 anni, uomo, poeta, artista e intellettuale di origine palestinese, nato e residente in Arabia Saudita per  “aver dubitato dell’esistenza di Dio” il 17 novembre scorso è stato condannato al giudizio capitale da un tribunale saudita, ancora un sussulto di sangue nella terra delle 47 esecuzioni in un giorno, il 2 gennaio 2016, la genesi del tempo in cui la morte governa e gli assassini si nutrono.
La radice della colpa di  “apostasia” di Ashraf Fayadh vive nella sua raccolta di poesie intitolata Al taalimat bi al dakhil -Le istruzioni sono all’interno-, pubblicata a Beirut nel 2007 dall’editore libanese Dar al Farabi e in una discussione in un caffè, durante la quale il poeta avrebbe detto “cose contro Dio”.
Nude come livide imperdibili ferite d’anima le parole di Ashraf Fayadh sono scorticate della bellezza che abita i presagi d’amore, colpevolmente pensanti sono giudicate
portatrici di idee ateiste e il carcere di Abha in cui è rinchiuso da due anni il poeta è per ogni uomo libero il luogo della fine.
Nella mobilitazione internazionale tenuta il 14 gennaio scorso traspare forte e assoluta la volontà di rovesciare la sentenza, la speranza tra la prosperità d’ombre in cui un paese nega la libertà a chi non ha colpa.

Un regno in cui fiorisce la barbarie, un regno rispettato, considerato e stimato da democrazie come la nostra, rapporti di puro interesse economico in cui soccombe il valore della vita.
La storia antica di pozzi di fango in cui si sacrifica l’indifeso: 
Ignorerò l’odore del fango, e il bisogno di ammonire la pioggia, e il fuoco che da allora m’imperversa in petto.
Cerco il giusto conforto per la mia situazione, che m’impedisce di leggerti le labbra sebbene lo voglia (Ashraf Fayadh, I baffi di Frida Kahlo).

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