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Rapporto Rsf: reporter uccisi, minacciati, rapiti. informare diventa sempre più difficile

 

Un altro anno drammatico per i giornalisti. Informare diventa sempre più difficile, e pericoloso, non solo per le (troppe) guerre in corso nel mondo, ma anche perché il mestiere del testimone continua a essere scomodo. Reporter senza frontiere ha diffuso la cifra di 110 reporter uccisi nell’anno che sta per concludersi. Ma per Press Emblem Campaign, l’organizzazione svizzera a difesa dei giornalisti, i morti sono di più: 131. Un divario causato probabilmente oltre che dalla difficoltà di monitorare quella che può definirsi un’autentica strage, anche dal numero sempre più crescente di citizen journalist, cioè dei free lance. Una media in linea con gli anni precedenti: 138 nel 2014, 129 nel 2013 e 141 nel 2012. Per un totale di circa 600 reporter uccisi negli ultimi cinque anni.

Se ci sono discrepanze nella cifra totale, la situazione è perfettamente in linea sui luoghi più infernali. Al primo posto ci sono, con 11 vittime, Iraq e Siria e fa un certo effetto sapere che si muore in una guerra “nuova” esattamente come in una “vecchia” che va avanti da tre lustri anche se la spinta adesso è data dall’Isis. Di poco inferiore il numero dei morti in Libia (9), in Sudan (7), in Somalia (6) o in guerre civili come in Yemen e Filippine (7). Ma quel che spicca è sicuramente il totale delle vittime in Messico (10) dove i narcos stanno massacrando popolazione e reporter, così come in Honduras e in Colombia (4) nonostante il recente accordo di pace. Spicca naturalmente la posizione della Francia per l’eccidio di Charlie Hebdo e anche del Brasile (8) per i gravi fermenti sociali.

Questa la mappa dei Paesi più pericolosi per i giornalisti.

11: Iraq, Siria – 10: Messico – 9: Libia – 8: Francia, Brasile – 7: Sudan, Yemen, India, Filippine -6: Pakistan, Somalia – 4: Ucraina, Honduras, Colombia – 3: Guatemala – 2: Stati Uniti, Afghanistan – 1: Indonesia, Rep.Dominicana, Gaza, Congo, Paraguay, Kenya, Turchia, Polonia, Azerbaijan, Mozambico, Ghana, Nigeria, Burundi, Bangladesh.

Ma non ci sono soltanto i morti. L’attacco alla stampa libera è sintetizzato anche dai giornalisti rapiti: 54 (26 in Siria, 13 nello Yemen, 10 in Iraq e Libia). E da quelli in prigione: 320 addirittura con la Cina sempre in primo piano (107), con alcuni come Lin Youping dietro le sbarre dal 1983 o Li Jian dal 1999. Ma come dimenticare l’Iran (38), la Siria (25), l’Egitto (23), il Vietnam (14) e la Turchia (12) frutto del regime sempre più spietato di Erdogan.

Situazione certamente non facile anche in Italia secondo i dati di Ossigeno per l’Informazione: sono stati 521 i cronisti minacciati nel corso dell’ultimo anno. Molti di loro vivono sotto scorta. Impossibile conoscere la cifra esatta (si conoscono solo alcuni nomi, fra i più noti) ma il numero è sicuramente compreso fra 30 e 50. Un’enormità.

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