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Gelli ha sempre voluto conquistare la Rai e distruggere il servizio pubblico

 

Una volta la verità Licio Gelli l’ha detta: in una intervista del 2003 a Concita De Gregorio si vantò della sua “preveggenza”, affermando che dopo 30 anni tutto era andato come aveva previsto lui: giustizia, TV, stampa, ordine pubblico. Da un anno in Italia governava per la seconda volta Berlusconi. Ricordando che era uno dei 962 affiliati alla loggia P2 commentò: quando i germogli sono buoni la pianta cresce. Lo ha detto lui. Il protagonista di tutti i più tragici misteri italiani dal dopo guerra in poi, l’autore di quel cosiddetto “piano di rinascita democratica” nato per contrastare la svolta di Aldo Moro verso l’accordo con Enrico Berlinguer (prima del 9 maggio 1978, ovviamente…), nel quale molto spazio veniva dedicato all’informazione e, soprattutto, alla televisione. Dunque bisognava impadronirsi della Rai, e del Corriere della Sera, e questo gli stava riuscendo in quegli anni ormai molto lontani.

Gelli sapeva bene che la TV in Italia – ed è così ancora oggi – aveva un potere spropositato nel condizionamento delle scelte di stili di vita, premessa indispensabile per orientare le scelte politiche. E nel 1981, quando i magistrati Viola e Colombo trovarono gli elenchi della P2 a Villa Wanda, il potere televisivo era ancora tutto in mano alla Rai. E fra le testate Rai un peso incredibile aveva il TG1: 20 milioni di spettatori ogni sera alle venti, una sigla che faceva parte della vita di tutti.

Ricordo tutto questo perché la vicenda della P2 ha segnato la storia del paese ma ha marcato come uno spartiacque la storia dell’informazione televisiva. Dopo quel 1981 abbiamo visto l’affermazione di Fininvest, e il progressivo declino della Rai, arginato dalla scelta della terza rete voluta da Biagio Agnes, poi continuamente messa in discussione, purtroppo fino ai giorni nostri. Una spaccatura interna alle redazioni del servizio pubblico che iniziò proprio per lo sciopero indetto dopo che i nomi dei direttori del TG1, Franco Colombo, e del GR2, Gustavo Selva, risultarono nell’elenco della P2. Selva smentì subito e successivamente quella iscrizione e fu subito sostituito ad interim da Paolo Orsina.

Al TG1, nel corso di una assemblea finita con liti furibonde (un collega oggi scomparso lanciò un posacenere contro Nuccio Fava…), si delineò una netta spaccatura fra redattori di cultura cattolica, una parte dei quali espresse una condanna severissima nei confronti di chi era coinvolto nella P2, auspicando, insieme ad altri colleghi che facevano riferimento alla sinistra, una direzione ad interim di Fava e chi era favorevole a soluzioni di compromesso. Nuccio Fava perse la sua battaglia e l’interim fu assegnato a Emilio Fede, con una redazione disastrata, per la quale un anno e mezzo dopo fu trovata la soluzione con l’arrivo alla direzione di un grande professionista come Albino Longhi, che rilanciò la testata e pacificò la redazione. Per Fava la P2 sarebbe comunque tornata di attualità quando nell’estate del 1990 (era subentrato a Longhi nel 1987) mise in onda una durissima inchiesta di Ennio Remondino che rivelava intrecci e rapporti fra la CIA e la P2. Intervenne anche il presidente della repubblica Cossiga. In pochi mesi Fava lasciò la direzione e molti altri giornalisti furono costretti a cambiare testata. Con la P2, in un modo o nell’altro, ci si scottava. Eppure molte cose erano cambiate, chi fosse Gelli era ormai noto a tutti, la stessa massoneria lo aveva espulso dai suoi ranghi. Ma quell’intreccio infernale che Gelli aveva costruito e tessuto negli anni restava potente: aveva, ed ha, i suoi terminali anche adesso, e nella Rai ha cercato sempre di non mollare la presa. Il ventennio berlusconiano ovviamente ci ha messo molto del suo. Parlarne oggi ha molto senso, perché la memoria di un passato che è ancora presente si sta perdendo, e si vuole che si perda, in modo da non dare fastidio a nessuno. Nell’informazione italiana tutti coloro che hanno seriamente contrastato la P2 non si sono preoccupati di dare fastidio e quasi sempre hanno pagato un prezzo.

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