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Il bipolarismo perverso e il bisogno di una coalizione politica

 

Cerchiamo di mettere ordine in ciò che è accaduto nell’ultima settimana e partiamo, ovviamente, dalla sinistra, la parte politica che ci interessa maggiormente. Finalmente sono stati rotti alcuni indugi, finalmente un congruo numero di dirigenti di peso del fu Partito Democratico si è reso conto che tutto ciò che Bersani vorrebbe ricostruire all’interno della compagine di cui è stato segretario lì non è più possibile, finalmente non siamo più in pochi a sostenere che il PD si è ormai irrimediabilmente trasformato nel Partito della nazione e che, pertanto, bisogna costruire alla svelta qualcosa di diverso e altro, in grado di rispondere all’infinito bisogno di sinistra che c’è nel Paese.

Perché questa sarà pure una Nazione conservatrice e tendente a destra, come sostengono alcuni osservatori (a me non sembra affatto, ma ammettiamo che sia così), ma una cosa è certa: ci sono milioni e milioni di persone che non si riconoscono né nella destra lepenista che ha sfilato ieri a Bologna, provocando la durissima reazione dei centri sociali e di una città partigiana e anti-fascista che non accetta di essere invasa dai sostenitori di una cultura politica che mal si concilia con i princìpi e lo spirito della nostra Costituzione, né in quella liberista e al servizio di banche, poteri forti e finanza internazionale che vediamo ogni giorno all’opera a Palazzo Chigi.

È un popolo fiero e dignitoso quello che si è ritrovato sabato al Teatro Quirino di Roma per dar vita a Sinistra Italiana: per ora un gruppo parlamentare unitario fra SEL, ex PD ed ex M5S, ma determinato a scendere presto nelle strade e nelle piazze, ad andare “casa per casa” e a recuperare quel contatto con gli ultimi, i poveri, gli esclusi, i ceti sociali più deboli e colpiti dalla crisi e tutti i cittadini che si sono sentiti abbandonati che in questi anni è tragicamente mancato. L’embrione di un partito di sinistra di ispirazione ulivista, dunque, non una “cosa rossa” minoritaria e velleitaria come sostengono, in evidente malafede, i vertici del PD. Verrebbe da dire “finalmente!”, anche se lo scetticismo e la cautela sono d’obbligo, vista la collezione di fiaschi solenni cui abbiamo assistito a quelle latitudini negli ultimi dieci anni.

A tal riguardo, mi preme precisare che non condivido del tutto l’analisi formulata in più occasioni da Pippo Civati, leader di Possibile, che nei prossimi giorni ufficializzerà la nascita del suo gruppo parlamentare insieme agli ex stellini di Alternativa Libera. Perché se è vero che l’operazione andata in scena al Teatro Quirino è nata dall’alto e non dal basso, se è vero che si espone all’accusa di avere addosso troppa polvere politicista, se è vero che può somigliare più a un’unione di gruppi dirigenti che a un progetto politico rivolto al futuro, se è vero che l’età media in platea, e anche all’esterno del teatro, era piuttosto elevata, se è vero tutto questo, è altrettanto vero che un coordinamento parlamentare fra le forze di opposizione è più che mai necessario, che l’isolazionismo ad oltranza è un errore clamoroso, specie di questi tempi, e che un punto d’incontro, un luogo d’aggregazione costruttiva e uno spazio di pensiero maturo e approfondito, non riducibile ai centoquaranta caratteri di un tweet, è oggi necessario come l’aria.

Pertanto, fa bene Civati a creare un suo movimento politico che guardi prevalentemente ai giovani e alle tante energie della società civile che altrimenti rischierebbero di andare disperse, ma è doveroso che abbia presente sin d’ora la necessità di costruire un soggetto politico unitario sia in vista delle Amministrative di primavera sia, più che mai, in occasione delle Politiche.

Sarebbe, infatti, assurdo se venissero a crearsi nuove, imperdonabili divisioni, come se la freschezza e l’entusiasmo delle nuove generazioni potessero fare a meno della saggezza e dell’esperienza dei più anziani, come se avesse senso proporsi come alternativa di governo e poi scadere, ancora una volta, nel frazionismo e nell’egocentrismo che ha bruciato fin troppe primedonne e, con esse, le speranze, le ambizioni, i sogni e le aspirazioni di un intero popolo. Sarebbe intollerabile e siamo certi che Civati quest’errore non lo commetterà, così come siamo certi che la prossima volta che verranno lanciati dei quesiti referendari non sarà solo Possibile a organizzare i banchetti e a farsi in quattro per raccogliere le cinquecentomila firme necessarie per sottoporli al giudizio della Consulta ma saremo tutti insieme, in ogni angolo della Penisola, nel tentativo di restituire ai cittadini la voce e la sovranità che sono state tolte loro.

Certamente, da questo punto di vista, non aiuta l’atteggiamento corrivo del gruppo dirigente milanese di SEL, il quale ha accettato di partecipare alle primarie per la scelta del candidato sindaco di un fantomatico centrosinistra che probabilmente (e qui, per assurdo, bisogna ringraziare Renzi) non si svolgeranno nemmeno, per il semplice motivo che un manager del calibro di Sala o riceve l’investitura dall’alto e il riconoscimento dai massimi vertici del Partito della Nazione di essere l’unico in grado di vincere a Milano o si tuffa nel privato, ben sapendo di poter aspirare a compensi assai superiori rispetto a quello dell’inquilino di Palazzo Marino.

E Renzi, di questo riflettevamo sabato con alcuni amici presenti nella platea del Quirino, non è minimamente interessato alle idee, alle proposte né, tanto meno, alle diverse visioni del mondo: a lui interessa unicamente vincere, a qualunque costo, e il Partito della Nazione altro non è che un riflesso di questa tristissima concezione della politica. Se a Roma per vincere occorre un imprenditore un po’ dandy come Marchini, in grado di mettere insieme la fu destra e la fu sinistra (categorie che nella Capitale travolta da Mafia Capitale hanno perso davvero ogni senso) e di farsi apprezzare dal mondo dei palazzinari e da buona parte della Curia romana, vada per Marchini. Se a Milano occorre il super manager onusto di gloria dopo il non fiasco dell’Expo, vada per Sala. E così via, a seconda delle esigenze del momento: senza ideologie, senza una meta, senza un orizzonte, senza nulla di nulla che abbia a che fare con la ragione stessa di esistere di una forza politica. A Renzi tutto questo non interessa, in quanto lui è il garante in Europa della permanenza dell’Italia all’interno del sistema liberista creato nell’ultimo decennio e il baricentro in Patria di un soggetto totalmente anomalo e sconosciuto nelle altre democrazie occidentali che vede insieme tutto e il contrario di tutto in nome della gestione del potere.

Per questo, riteniamo davvero inspiegabile la posizione di personalità quali Bersani e Cuperlo, i quali continuano a sgolarsi dalle colonne di tutti i giornali che li intervistano, dalle loro pagine Facebook, nei talk show che li ospitano e ovunque abbiano modo di dire la loro per spiegarci che il renzismo è passeggero, che prima o poi la sinistra risorgerà, che non c’è vita fuori dal PD e che bisogna stare “nel gorgo” e lottare all’interno del partito in vista di non si sa quali mirabili trionfi.

Volendo restare sul piano della razionalità, verrebbe da chiedere loro: scusate, illustri compagni, ma visto che lo Statuto del PD prevede che il segretario corrisponde al candidato premier, veramente vi illudete che Renzi si lasci battere al congresso, senza blindare le eventuali primarie a suo favore? E veramente pensate di essere ancora minimamente credibili dopo aver votato una Legge di Stabilità che realizza tutti i sogni ventennali di Berlusconi, dopo aver sostenuto il Partito della Nazione alle Amministrative e dopo aver fatto campagna per il SÌ al referendum costituzionale? Non ci credete nemmeno voi e si vede lontano un miglio, come si vede lontano un miglio che non avete una classe dirigente all’altezza per sfidare Renzi, una sola proposta programmatica alternativa, uno straccio di progetto minimamente accattivante e una minima idea di dove andare, cosa fare e con chi.

Nessuno vi attacca, ci mancherebbe altro: vi facciamo solo presente che la rottamazione renziana sarà, forse, per voi il male minore; se proprio vi detesta, infatti, potrebbe persino rimettervi in lista, costringendovi ad andare a spiegare in giro per l’Italia che, in fondo, l’alleanza con Verdini non è poi così dissimile dal compromesso storico fra Moro e Berlinguer.

Quanto a Berlusconi, c’è poco da dire: la piazza leghista di Bologna non ha rumoreggiato durante il suo comizio per cattiveria ma semplicemente perché il nostro eroe stava tirando da mezz’ora la volata al Matteo di Rignano anziché a quello di Milano, idolo delle camicie verdi. Come detto, per realizzare tutti i suoi sogni (meno tasse, meno Stato ecc.), all’ex Cavaliere basterebbe votare a favore della Legge di Stabilità messa in cantiere da Renzi: il programma è identico, la direzione di marcia è la stessa e, a nostro giudizio, l’operazione berlusconiana è di una furbizia incredibile. Tenendo in vita un simulacro di partito, del quale ormai non gli importa più nulla, come nulla gliene è mai veramente importato, Berlusconi non perde la faccia e fa finta di sostenere una coalizione il cui unico programma è uno slogan: “Via Renzi!”, senza minimamente spiegare quale idea d’Italia abbiano in mente; al tempo stesso, grazie al sostegno di Verdini e dei suoi al governo Renzi, soddisfa le richieste dei vertici di Mediaset, i quali gli hanno sempre consigliato, per il bene delle aziende, di essere filo-governativo. Se poi Renzi la pensa come lui su fisco e giustizia e riesce persino a varare le leggi bavaglio contro le quali, ai suoi tempi, Repubblica usciva con la prima pagina bianca, scatenava campagne di denuncia e plaudiva a tutte le piazze che vi si opponevano, possiamo tranquillamente asserire che il berlusconismo ha vinto e trovato il suo degno erede e che la controrivoluzione culturale iniziata con Craxi e portata avanti da Berlusconi ha oggi toccato l’apice.

Tuttavia, a Bologna, Berlusconi ha detto qualcosa di ancora più importante e significativo: ha lasciato capire espressamente che, in caso di ballottaggio, fra il Partito della Nazione e i 5 Stelle, i voti di Forza Italia dovrebbero andare al suo erede naturale e all’ex delfino senza “quid”, al secolo Angelino Alfano. C’è da capirlo: i 5 Stelle hanno il vizio di essere contrari al conflitto d’interessi, rivendicano l’onestà e la “questione morale” di Berlinguer come valori imprescindibili, vorrebbero riformare la giustizia per tutelare le persone perbene e far condannare chi se lo merita, sono per una RAI libera dal controllo dei partiti e hanno proposto per cariche di fondamentale importanza figure come Rodotà, Freccero, Besostri e Modugno; se andassero al potere loro, che per giunta si sono battuti per primi affinché venisse dichiarato ineleggibile e decadesse dalla carica di senatore, l’ex Cavaliere potrebbe avere qualche discreto problema!

Il messaggio, pertanto, era chiarissimo: sono qui a Bologna per far scena, Renzi mi va benissimo e va benissimo anche a gran parte dei miei parlamentari, oltre a tutti coloro che hanno già seguito Verdini; quanto a Salvini, può dire ciò che vuole, tanto, specie a livello nazionale, non va da nessuna parte. Che la piazza si sia risentita, mi sembra persino scontato.

Infine, ci sono proprio loro, i 5 Stelle, i quali hanno già deciso la candidatura di Patrizia Bedori per Milano e di Chiara Appendino per Torino. A Milano non hanno alcuna speranza di vincere e lo sanno, dunque puntano su un’onesta figura in grado di fare dignitosamente la sua parte e, magari, di arrivare al ballottaggio contro Sala; a Torino, invece, data la non brillante amministrazione Fassino e la bella candidatura di Airaudo per quel che riguarda la sinistra, la Appendino potrebbe arrivare al ballottaggio e giocarsela fino in fondo, avendo già ampiamente dimostrato in consiglio comunale di non essere una sprovveduta.

Su di loro, ho già scritto molto: posso solo aggiungere che sono fondamentalmente di sinistra anche se non lo ammetteranno mai, che loro la sinistra non la proclamano ma la praticano, piantando alberi e battendosi concretamente contro la deriva tardo-liberista del duo Renzi-Alfano, che per noi che non rinunciamo a quella ragione di vita sono e devono essere interlocutori essenziali e che ovunque dovessero arrivare al ballottaggio, abbiamo il dovere morale di costruire un percorso comune, in quanto sono gli unici ad avere una visione compatibile con la nostra e rispettosa dei princìpi democratici e costituzionali per i quali lottiamo da anni.

Perché ciò avvenga, però, devono accantonare l’isolazionismo duropurista nel quale si sono rinchiusi e scendere finalmente sul terreno della politica, misurandosi con alleanze e serie valutazioni dei rapporti di forza, altrimenti, specie a livello nazionale, rischiano di rimanere intrappolati nella logica perversa che si è venuta a creare nel nostro Paese, con la contrapposizione non fra conservatori e progressisti, come sarebbe logico e giusto, ma fra sistema e anti-sistema, dove loro sono considerati l’anti-sistema e per questo, andando da soli, aumenteranno senz’altro i propri consensi ma non vinceranno mai.

E visto che abbiamo citato Torino, ricordiamoci, in conclusione, che era la città del professor Gallino: un olivettiano, un sociologo del lavoro, un uomo che si è sempre battuto dalla parte degli ultimi e degli oppressi, immaginando un nuovo modello di sviluppo a misura d’uomo e non arrendendosi mai, nemmeno negli ultimi anni della propria vita che lo hanno visto, al contrario, attivo, partecipe e critico dei grandi e drammatici processi di cambiamento in atto. La costruzione di una coalizione politica in grado di dare scacco matto al liberismo imperante e di restituire dignità e giustizia alle categorie sociali più fragili gliela dobbiamo. In fondo, se abbiamo trovato la forza di dar vita a una sinistra degna di questo nome, è soprattutto per questo, solo che adesso abbiamo il dovere di rafforzarla e di trasformarla nel motore di una credibile e vivace alternativa di governo.

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