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Glocalizziamoci

 

E’ davvero surreale, a nostro modestissimo parere, che mentre online si dibatte e ci si dispera delle occasioni perse per dare finalmente avvio, forse meglio dire : << corpo >> alla benedetta, per taluni, maledetta, rivoluzione digitale; a poche decine di chilometri dal luogo dove è scoppiato tanto clamore si sia per il quarto anno consecutivo consumato un festival dove la soluzione di buona parte dei problemi che angustiano il sistema Paese sta già nel titolo della manifestazione: GlocalNews.

Nessuna ricetta magica, intendiamoci, nessuna manna dal cielo, le cose arrivano quando si prova a farle e la ricetta di VareseNews, da cui la manifestazione è stata ideata e viene da sempre organizzata, è proprio quella di realizzare << cose >>, permettetemi di non definirle per ora, adatte al mercato iperlocale ma spendibili su piazze virtuali molto, assai, parecchio globali come sono quelle della rete.

In altre parole: sforzarsi davvero e tanto – e lì sta il vero problema – di comprendere la cultura digitale e non limitarsi ad upgradare le proprie conoscienze tecnologiche in attesa della rivelazione messianica del fantomatico << modello di business >>. Nessun modello e nessun business approderà mai nelle redazioni dei media mainstream nazionali se non ci si sforzerà davvero tutti insieme di far spazio alle sconvolgenti ( ma che di sconvolgente non hanno davvero nulla ) rivelazioni della cultura digitale. A Varese nei giorni scorsi alcuni lampi di puro magnesio, hanno squarciato le tenebre del mondo dell’informazione digitale per ricondurci tutti verso mete di conoscienza e condivisione. Nodi umani da riproporre in ogni dove per provare a realizzare le condizioni minime per avviare un reale processo di comprensione del cambiamento.

Ricordiamoli in ordine sparso e senza alcuna pretesa di classificazione o di giudizio ma solo per partecipare anche noi dal nostro modesto pulpito ad una piccola parte di questo processo: Federico Badaloni, luce pura e bianchissima che raccontando di cosa sia realmente fatta la rete fornisce utilissimi spunti di riflessione per avviare la macchina; la visione distorta, tremendamente divertente, dissacrante e così ostinatamente realistica dei fatti di cronaca (vera o fasulla che sia) fornitaci da Spinoza e Lercio, per ripristinare il corretto uso dello strumento di narrazione giornalistica (quello vero purtroppo, sigh! ); l’esempio di Altermondes, – ma e in Italia ? – oggetto (scusate ancora se non riesco a definirlo meglio ) giornalistico digitale non meglio precisato in cui si realizza il quasi miracolo di una gestione economica non fallimentare – ancora forse non smodatamente ricca – ma bastante a se stessa; e, soprattutto, una narrazione giornalistico digitale adeguata al periodo, al momento, alla fase storica. Come dire, non anacronistica, non banale. Ricca, vibrante e profonda nei contenuti ma anche attuale, ricercata, progettata e degnamente realizzata negli strumenti di narrazione. E poi ancora le donne giornaliste, blogger, opinioniste digitali loro malgrado, (soprattutto loro, ma non solo), dell’Africa contemporanea raccontate da Donata Columbro.

Un Africa dannatamente sincera lontana anni luce dagli stereotipi di cui ci nutriamo ancora oggi e che ha/sta realizzando la rivoluzione digitale meglio e prima di noi. Merito anche, e spero mi perdonino gli amici africani, delle loro condizioni, in molti casi, difficili di vita, dove avere uno o più cellulari per comunicare e divulgare informazioni può fare davvero la differenza per sopravvivere.

Un’Africa digitale dove troviamo anche, sempre a proposito di sterotipi, fashion blogger supergriffate che raccontano sulle loro pagine social di apertivi, vernissage e party come e meglio di qualunque serial televisivo americano – solo che qui è tutto vero! Lampi di comprensione ma soprattutto di sperimentazione sul campo di << cose >> digitali, contenuti di vario genere e tipo difficilmente catalogabili e che forse farebbero saltare sulla seggiola – tanto per usare un’espressione simpatica – i benpensanti delle istituzioni giornalistiche tutti presi a riguardare le sbavature deontologiche dei nuovi media mentre nel mondo analogico si << markettizza >> da anni per centinaia di migliaia di euro in assoluta libertà; e che invece ci schiariscono le idee e ci indirizzano finalmente verso prodotti davvero tutti digitali e che certamente fanno anche informazione e da cui e su cui bisognerebbe accentrare la nostra attenzione e soprattutto i mezzi – anche e soprattutto – economici dell’editoria industriale per cercare lì e davvero la sostenibilità economica del nuovo sistema editoriale post rivoluzione digitale.

Quest’anno i flash che hanno abbagliato le platee di Glocal in tal senso arrivavano dalla Sardegna, da Milano, da Brescia, persino dall’Expo via Comunità Europea e poi ancora da Grosseto e da Lecco . Ma nei quattro anni di Glocalnews sono state decine e decine le esperienze di ricerca e sperimentazione iperlocale –  dove la contaminazione fra narrazioni e prove imprenditoriali di sostenibilità regnava e regna sovrana  – ad essere state raccontate al pubblico del festival nei << Barcamp >> di Glocalnews. Da ogni parte d’Italia giornalisti imprenditori, per la maggior parte, sono venuti a raccontare un realistico e praticato modello di sostenibilità di giornalismo digitale e ci hanno spiegato che di giornalismo si può vivere e prosperare persino oggi, anzi oggi di più e meglio!

Da lsdi

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