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Giornata mondiale contro la Pena di morte. Qualche reality in meno, qualche informazione di più

 

Scorro le “news” diffuse da “Nessuno Tocchi Caino” del solo mese di ottobre 2015, dieci giorni: nello stato americano dell’Oklahoma viene utilizzato un farmaco sbagliato nell’esecuzione di Charles Frederick Warner. Lo scrive il quotidiano “The Oklahoman”, dopo aver visionato il rapporto dell’autopsia di Warner. L’esecuzione di Warner dura 18 minuti. Dopo l’entrata in circolo del primo farmaco, l’anestetico Midazolam, Warner urla che “il mio corpo va a fuoco”. In Arabia Saudita un minorenne viene condannato a morte, “colpevole” di aver manifestato contro il regime. In Iran quattro detenuti vengono impiccati. Nello stato americano del Texas viene giustiziato Juan Martin Garcia. In Pakistan, a Lahore, vengono impiccati quattro detenuti. Nello stato americano della Virginia viene giustiziato Alfredo Prieto. In Egitto diciotto persone vengono condannate a morte…

Quella degli omicidi di Stato è una lista che non finisce mai. Ogni tanto qualche caso, fa “notizia”. Per esempio quello di Kelly Renee Gissendaner, 47 anni, condannata come mandante del delitto del marito, per incassarne l’assicurazione sulla vita. Non ha ucciso, lei, il delitto materialmente lo esegue l’amante Gregory Owen: che però si “pente”, confessa l’omicidio, testimonia contro la donna. Kelly viene condannata a morte e uccisa; Gregory si vede commutata la pena in ergastolo, e fra otto anni uscirà dalla galera, “premio per la sua collaborazione”.
Ogni condanna a morte ha una storia che andrebbe raccontata: per quanto efferato il delitto commesso, alla fine si rivela atroce, è una lettura tremenda quella degli annuali rapporti redatti da “Nessuno tocchi Caino” e da Amnesty International.

Nei primi sei mesi del 2015 sono state eseguite almeno 2.229 esecuzioni, in 17 Paesi: Cina: almeno 1.200; Iran: almeno 657;
Pakistan: almeno 174; Arabia Saudita: almeno 102; Stati Uniti: 17; Corea del Nord: almeno 16; Somalia: almeno 14; Indonesia: 14; Egitto: almeno 12; Iraq: almeno 6; Taiwan: 6; Sudan: almeno 4; Bangladesh: 2; Giordania: 2; Afghanistan: 1; Giappone: 1;
Singapore: 1.

Esecuzioni “legali”, dicono i curatori dei rapporti, probabilmente sono avvenute, nei primi sei mesi del 2015, anche in Siria, Sudan del Sud, Vietnam e Yemen, ma non è possibile confermarlo.  Pena di morte, ma anche tortura, ed ergastolo: chi vuole trovare argomenti contro questi tre modi di “amministrare” la giustizia non ha che da leggere i Vangeli, o Cesare Beccaria; o anche Fedor Dostoevskij…Si possono addurre una quantità di argomenti, di mente e di cuore, di ragione e di sentimento; alla fine c’è solo da dire: si tratta di infamie. Non c’è da discuterne.
Sì, capita di sentire tra le persone comuni che siano, che ci dovrebbero essere (e dovrebbero essere applicate), condanne esemplari, estreme, definitive: antidoto per il senso di insicurezza diffuso, che con discreta abilità viene alimentato perché non c’è nulla di meglio per ottenere consenso, della “politica della paura”.

Discorsi che si fanno in Italia, e ovunque. Si vuol far credere che la pena di morte sia un rimedio tanto estremo quanto efficace; sappiamo, dovremmo sapere, che la pena di morte altro non è che un delitto commesso con i crismi della legge; e si può, si deve aggiungere che il delitto più atroce, commesso dal singolo, non è paragonabile a quello commesso da una istituzione, e attraverso questa da una collettività, con la pena di morte.

Sappiamo tutti bene che pena di morte, tortura, per non dire dell’ergastolo, non servono come deterrente, come minaccia; sono barbarie che lasciano inalterati gli indici dei delitti: non diminuiscono e non s’abbassano con queste minacce, anche quando sono applicate.
Degli Stati che applicano la pena di morte, e di chi approva questa pena, si può solo dire che non sono ancora riusciti ad arrivare allo stadio di civiltà sufficiente per abolirla, che conservano ostinatamente una orrenda reliquia barbarie. Dovrebbero provarne vergogna, di quei “delitti di stato”: si tratta di un’infamia, senza “se”; senza “ma”. Infamia e barbarie; e infami e barbari sono quelli che la applicano, la giustificano; non c’è da discuterne.

Ultima notazione: in questo letterale mare di sangue conforta quella che possiamo definire evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre quindici anni; un processo che si conferma nel 2014 e nei primi sei mesi del 2015.
I Paesi che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 161. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 103; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 6; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 46. I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 37 (al 30 giugno 2015) rispetto ai 39 del 2013. I Paesi mantenitori sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi anni: erano 40 nel 2012, 43 nel 2011, 42 nel 2010, 45 nel 2009, 48 nel 2008, 49 nel 2007, 51 nel 2006 e 54 nel 2005. Qualche informazione di più, qualche reality in meno, aiuterebbero a renderci consapevoli di queste terribili, quotidiane realtà.

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